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l'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Maria Acqua Simi sabato 23 gennaio 2010

2' di lettura

Di fronte al pianto degli uffici giudiziari, settimane fa il ministro della Giustizia firmò un decreto che consentiva al Csm di trasferire i magistrati là dove ve ne fosse bisogno, così da poter far fronte alle carenze d’organico. Il senso era evidente: visto che non si può assumerne di nuovi, usiamo quelli che abbiamo, i quali in certi tribunali non si ammazzano di lavoro. Si trattava del classico uovo di Colombo che avrebbe potuto sistemare le Procure più bisognose di personale togato, evitando che gli avamposti della lotta alla malavita rimanessero sguarniti. Badate bene: il Guardasigilli non si assumeva il potere di stabilire chi mandare nella trincea giudiziaria, ma delegava all’organo di autogoverno dei giudici la decisione. Insomma, nessuna ingerenza e nemmeno strane volontà punitive, ma solo una misura d’emergenza e di  buon senso, anche perché in totale si trattava di trovare 100 colleghi su 9 mila, mica un esercito. In cambio il ministero era pronto a corrispondere un’indennità aggiuntiva di alcune migliaia di euro più altre agevolazioni, anche nella carriera. Se avesse voluto, il Csm in un paio di settimane avrebbe potuto agilmente individuare chi trasferire, risolvendo rapidamente i problemi di sedi disagiate come Palermo, Enna o Mistretta. Ma il tribunalino dei giudici non ha voluto affrontare la questione, ignorando volutamente il decreto, il quale, seppure ancora da convertire, è una legge a tutti gli effetti e dunque chiunque, compresi i magistrati, vi si dovrebbe adeguare. Ma il Csm no. Il Consiglio superiore della magistratura, e in particolare i suoi membri togati, sa che applicando la norma scontenterebbe 100 suoi clienti, ovvero cento toghe iscritte all’Anm, associazione sindacale che tra pochi mesi rinnoverà gli organismi dirigenti, elezioni per le quali ci sarà bisogno dei voti di tutti, anche dei trasferiti. E allora dell’efficienza della Giustizia, e ancor più della lotta alla criminalità organizzata, l’organo di autogoverno dei giudici ha deciso di farsene un baffo. Ovvero ha stabilito di ignorare la legge di Alfano che consente di spostare un magistrato dove c’è bisogno e di non fare assolutamente nulla. Così le correnti di cui si compone l’Associazione nazionale magistrati e che di fatto governano la Giustizia in Italia, decidendo promozioni e incarichi possono dormire tranquille, perché non perderanno neppure un voto. Del resto che il problema dell’arretrato penale e civile non fosse in cima ai pensieri di molti giudici lo si era capito da tempo. In particolare quando il presidente della Corte d’appello di Bologna aveva chiesto aiuto ai colleghi del distretto meno oberati di lavoro, perché una volta al mese si dessero da fare per smaltire i fascicoli accumulati nel tribunale felsineo. A causa delle proteste, l’alto magistrato era stato costretto a rimangiarsi la direttiva: che non sia mai detto che le toghe si prestino a fare lo straordinario poche ore ogni trenta giorni. Ah, dimenticavo. Visto che non si risolve il problema delle sedi sottorganico, l’Anm ha annunciato uno sciopero!

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