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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 25 settembre 2010

3' di lettura

La nuova parola d’ordine dei finiani è dossieraggio, termine inesistente sui dizionari ma che per i pretoriani del presidente della Camera significherebbe l’abitudine di accumulare carte, preferibilmente false, per incastrare gli avversari politici. Di questo genere di attività siamo accusati anche noi, in quanto colpevoli di aver pubblicato parecchi documenti relativi all’appartamento di Montecarlo, l’ultimo dei quali la famosa lettera del ministro di Santa Lucia sul vero proprietario della casa. Vale dunque la pena di fare alcune considerazioni. La prima riguarda il ruolo dei giornalisti, i quali, per condurre un’inchiesta, altro non fanno  che cercare fonti e prove su un determinato fatto e poi riferirne ai lettori. Questo è dossieraggio? No, semplicemente è giornalismo. I cronisti di Libero, dunque, raccogliendo testimonianze e documenti sul quartierino monegasco, hanno semplicemente fatto il loro mestiere, con scrupolo e onestà, e posso garantire che fino a quando sarò direttore di questa testata continueranno a farlo. I finiani e i loro portavoce sono perciò avvisati: le accuse non ci spaventano, né ci faranno arretrare di un millimetro. La seconda considerazione riguarda invece a chi servono i documenti falsi. Ammettiamo per un attimo che la lettera del ministro di Santa Lucia sia tarocca. Nessuno che fosse sano di mente potrebbe pensare di passarla liscia o, peggio, di ottenere con un atto contraffatto le dimissioni di Gianfranco Fini. Per il presidente della Camera sarebbe facilissimo dimostrare l’inattendibilità di quella carta. Essendo da tempo stati inventati i telefoni, per appurare la verità basterebbe sollevare la cornetta e chiamare l’uomo che avrebbe firmato la missiva. Magari non risponderà al primo colpo, ma è certo che se qualcuno si è appropriato indebitamente della sua identità e della sua firma per fargli sostenere il falso, il ministro caraibico alla fine lo sbugiarderà. Dunque, se la lettera arrivata da Santa Lucia fosse falsa chiunque l’abbia confezionata sa che si tratta di un autentico boomerang. Destinato a colpire in principio la terza carica dello Stato, ma poi a finire addosso ai suoi avversari, mostrando Fini come vittima di una macchinazione. Il primo effetto di una simile manovra sarebbe l’archiviazione della stessa vicenda nel Principato, la quale finirebbe per apparire parte essa stessa del complotto, impedendo l’accertamento della verità sul proprietario della casa. Dunque, se si trattasse di un falso, solo chi vuole mettere a tacere la faccenda avrebbe avuto interesse a diffonderlo.  Certo, non noi e neppure chi vuole arrivare in fondo a questa storia. I depistaggi sono una prassi in questo Paese e sono sempre serviti a impedire di far luce sui misteri italiani. Del resto, nelle ultime settimane, qualcuno ha già tentato di rifilarci qualche polpetta avvelenata,  sperando che la inghiottissimo, cosa che non è avvenuta. Non so se dietro le bufale ci fossero i servizi segreti deviati, come ama definirli una certa pubblicistica progressista, o altri. Posso solo assicurare che non bazzico gli 007. Se però Fini ha dubbi, può rivolgersi ai vertici degli apparati di sicurezza, con i quali so che ha buone frequentazioni, avendoli incontrati anche recentemente nella sua casa di Ansedonia. Oppure alla Cia, la quale, come scriveva ieri il Secolo XIX, gli avrebbe fatto un servizietto riservato. P.s. Una domanda mi frulla in testa da ieri: ma se il presidente della Camera non sa nulla del vero proprietario della casa di Montecarlo e non ha ricevuto alcuna confidenza dal cognato, come ha potuto dire ieri che non c’è Tulliani dietro le società offshore? Le risposte che mi sono dato sono due: o il presidente della Camera si fida ciecamente del parente che lo ha già buggerato una volta, e in tal caso tirate voi le conclusioni; oppure sa chi è il padrone di casa di Boulevard Princesse Charlotte e non lo può o non lo vuole dire. Il che porta a un’unica deduzione: il nome è inconfessabile.  

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