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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 24 luglio 2010

3' di lettura

Beh, ora che è passato quasi un anno, lo posso dire. Quando il 12 agosto del 2009 ho assunto la direzione di Libero, mi tremavano le gambe. Non era solo la paura di succedere a Vittorio Feltri, il quale aveva creato e plasmato a sua immagine e somiglianza il giornale che mi accingevo a dirigere. Era soprattutto la chiara percezione che per tutti Libero era spacciato. Me ne resi conto subito, appena si diffuse la notizia che avevo accettato di guidare la redazione di viale Majno. Amici e conoscenti mi telefonavano per congratularsi, ma nel tono c’era condoglianza. Dicevano: «Hai avuto coraggio», come si dice: «Hai una bella cera» a un malato terminale. La verità è che tutti erano convinti che non ce l’avremmo fatta e che Libero non sarebbe sopravvissuto all’uscita del suo fondatore. Un dirigente di un’importante concessionaria di pubblicità mi ha rivelato che nelle sua azienda si raccoglievano scommesse sulla data di cessazione delle pubblicazioni e nessuno tranne lui, che ha vinto e per questo me lo ha raccontato, ci dava un anno di vita. Racconto tutto ciò  per dire che l’estate scorsa in redazione il morale non era proprio ai massimi. Per undici mesi, la ciurma di Libero - una banda di ragazzi entusiasti e generosi  - ed io abbiamo chinato il capo, saltando ferie e riposi, senza contare le ore trascorse a inseguire le notizie. A distanza di quasi un anno, e approfittando del compleanno di Libero, posso dire che la missione è compiuta e il nostro quotidiano non solo non è in pericolo di chiusura, ma è in grado di far progetti e pensare a nuove iniziative per il prossimo autunno. A qualcuno forse sembrerà eccessivo che io dedichi addirittura un editoriale alle faccende di casa nostra, che per noi sono importanti ma spariscono di fronte ai problemi dell’Italia e del governo. Chi però iniziò a comprare Libero fin dal primo numero, quando arrivò in edicola in formato più grande e con le prime pagine bordate di verde, sa che è tradizione informare i lettori di come vanno le cose, perché Libero è una casa di vetro che rende conto ai propri lettori. Dunque permettetemi di snocciolare qualche cifra. Il 2009, ovvero l’anno del terremoto causato dall’addio di Vittorio Feltri, si è chiuso con un piccolo utile di poco superiore ai 10 mila euro. Nei primi sei mesi dell’anno in corso, nonostante la crisi dell’editoria che ha falcidiato le tirature di molti quotidiani, il venduto supera le centomila copie medie e se il trend positivo continuerà anche nella seconda parte dell’anno chiuderemo il bilancio senza problemi, con un pareggio ma mettendo in conto pure una sorpresa che per scaramanzia preferisco tacervi. Credo bastino questi dati per certificare le nostre condizioni. Libero è vivo e, a dispetto dei molti iettatori che speravano tirasse le cuoia, gode di ottima salute. È per questo che abbiamo deciso di festeggiare, celebrando i nostri primi dieci anni. Lo abbiamo fatto con un’iniziativa un po’ particolare e sicuramente insolita, ripubblicando alcune delle più significative prime pagine che hanno fatto la storia di Libero, ma chiedendo a Vittorio Feltri e a Renato Farina di ripercorrere l’avventurosa nascita del giornale. So che generalmente non si domanda al direttore di un’altra testata di scrivere per la concorrenza, ma questa è un’occasione  speciale e Vittorio ha capito accettando con entusiasmo e di questo lo ringrazio, così come ovviamente ringrazio Renato, che mi dispiace non annoverare tra le firme abituali a causa del bavaglio che gli ha imposto l’Ordine dei giornalisti. Permettetemi di esprimere riconoscenza anche a Wind, la società telefonica proprietaria del portale Libero: dieci anni fa, quando nascemmo, fu al nostro fianco, sponsorizzando per un mese il nostro giornale, e oggi ha voluto festeggiare il nostro compleanno. Grazie anche alla redazione. Senza l’impegno e la passione dei giovani colleghi,  che cameratescamene ho definito la ciurma di Libero, oggi non brinderemmo. Infine, la gratitudine più sentita va a voi lettori, per aver continuato a comprare in nostro giornale. Non ci foste voi, che in migliaia ogni giorno vi recate all’edicola, Libero non esisterebbe e noi non sapremmo dove scrivere. Il vostro impegno quotidiano è la miglior risposta a tutti i bavagli. Veri e presunti. Auguri, dunque.

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editoriale

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