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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 24 luglio 2010

2' di lettura

Inutile girarci intorno: ha vinto Fini. La legge sulle intercettazioni così come si appresta a uscire dalla commissione giustizia della Camera, non serve a niente. O meglio: serve a lasciare tutto come stava. I giornali potranno continuare a essere le Novella 2000 delle procure e nulla impedirà che si  celebrino processi a mezzo stampa prima dell’inizio di quelli veri, i quali, quando arriveranno, potranno magari anche dire il contrario di quelli che si sono tenuti sulle pagine dei giornali, ma tutto sarà inutile perché carriere, vite private e giochi di potere si saranno già consumati da un pezzo e sarà difficile riportare indietro le lancette dell’orologio. Grazie al presidente della Camera l’anomalia italiana di una giustizia tutta da rotocalco potrà dunque proseguire e al governo non rimane che constatare di aver buttato un’occasione per frenare lo strapotere dei pm e dei loro uffici stampa. Mesi di discussioni e di liti senza  nulla di fatto, come spiega meglio di me Filippo Facci in questa stessa pagina. Lascio dunque a lui il compito di approfondire, concentrandomi sugli aspetti politici di ciò che è accaduto. Nonostante Berlusconi volesse limitare le intercettazioni e la loro diffusione, a Montecitorio i finiani sono riusciti a imporre la loro volontà. Al di là del naufragio della legge, appare evidente che d’ora in poi la corrente che fa capo all’ex presidente di An è in grado di fermare o modificare ogni provvedimento del governo. È vero che sulla carta l’esecutivo dispone di un’ampia maggioranza, ma quando si tratta di votare i numeri sono tirati, perché mancano i ministri e ci sono i parlamentari che stanno in missione. Risultato: le probabilità di andare sotto sono altissime. E questo fa godere Fini, regalandogli un potere di veto inaspettato. Per uscire dal pantano finora sono state inutili tutte le ritorsioni minacciate dal premier. Sia la rimozione dei presidenti di commissione vicini al cofondatore sia la messa in minoranza dello stesso presidente della Camera si sono rivelate cartucce con le polveri bagnate, e hanno lasciato nell’esercito berlusconiano una sensazione d’impotenza che pesa sull’umore della truppa. Più Silvio ruggisce senza dare la zampata, più l’ex alleato si diverte a presentarlo come un vecchio leone sul viale del tramonto. Uno stallo che al Cavaliere non fa bene: ogni giorno che passa infatti è una goccia che scava nella roccia, come dimostra la percettibile riduzione del consenso intorno a lui registrata da vari sondaggisti dopo le ultime bordate giudiziarie. Al contrario Fini, punzecchiando l’avversario, guadagna punti, non tanto fra gli elettori, ma tra i peones del parlamento, i quali timorosi per la propria rielezione sono sempre a caccia di un padrino che li tuteli. Insomma, tutto questo per dire che se Berlusconi non fa qualcosa in fretta, siamo spacciati. Ci tocca morire finiani. Giudicate voi se è c’è da esultare o spararsi.  

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