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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 24 luglio 2010

3' di lettura

Ho fatto un brutto sogno. L’incubo iniziava con il rientro dalle vacanze e fin qui nulla di strano, visto che il ritorno al lavoro è per chiunque uno choc. Il mio però cominciava in Parlamento e già l’ambientazione non è delle migliori. Nell’aula di Montecitorio, resa sorda e grigia da un clima di rompete le righe che aleggiava da settimane, si doveva votare sulla richiesta dei pm di Roma di utilizzare le intercettazioni telefoniche a carico di Denis Verdini e di Nicola Cosentino. I due parlamentari pidiellini coinvolti nella fumosa inchiesta sulla P3, invece di venir salvati dalla propria maggioranza, come è successo sempre, perfino con D’Alema e compagni i quali sono stati aiutati dal centrodestra a non rispondere dell’affare Unipol, nel sogno venivano scaricati e spediti a processo, con addirittura una richiesta d’arresto sulle loro teste. L’incubo proseguiva con le dimissioni dei due, il primo costretto a lasciare il posto di coordinatore del Popolo della Libertà, il secondo la Camera. Passate poche settimane, toccava a un altro deputato della maggioranza cadere. Questa volta si trattava del sottosegretario Giacomo Caliendo, anche lui finito nel mirino della procura capitolina per aver frequentato la loggia dei tre pirla guidata da Flavio Carboni. Così, tra teste mozzate e applausi dei mozz’orecchie, s’arrivava a fine ottobre, quando la Corte costituzionale era chiamata a valutare il cosiddetto legittimo impedimento, ovvero la legge che, dopo la bocciatura del lodo Alfano, era riuscita ad allontanare lo spettro dei processi a carico del presidente del Consiglio. Neanche a dirlo, la Consulta decideva di rottamare il provvedimento, togliendo al Cavaliere l’ultimo scudo anti-procura. Senza più nessuna difesa e i giudici alle calcagna, un Fini sempre più sprezzante alle porte e una maggioranza in rotta, Berlusconi veniva convinto a fare un passo indietro e a dimettersi. Qui il sogno si annebbia. Mi par di ricordare che a capo del governo venivano nominati una riserva della Repubblica o un grand commis dello Stato: Letta o Draghi, ma poteva essere anche qualcun altro. L’esecutivo, come sempre accade in questi casi, inizialmente avrebbe dovuto occuparsi solo di tener in piedi la baracca fino al giorno delle elezioni, ma poi oltre all’ordinaria amministrazione decideva di mettere mano pure alla legge elettorale, ripristinando il vecchio sistema proporzionale tanto caro a Fini, Casini e partitini belli. In pratica le nuove norme smontavano quindici anni di bipolarismo, riaprendo le porte alle coalizioni e alle ammucchiate. Le elezioni erano indette per la primavera del 2011. Berlusconi ce la metteva tutta per vincerla: nel sogno faceva appelli e comizi di ogni tipo, ma i numeri erano contro di lui. Da una parte c’era Silvio, sul versante opposto tutti gli altri. La sera dei risultati, Fini, D’Alema, Casini, Di Pietro, Bersani, Rutelli, Bocchino, la Bindi e Follini erano tutti sul palco in piazza Santi Apostoli a festeggiare la cacciata di Berlusconi. Fassino, come nel 2006, aveva portato pure lo champagne per brindare innaffiando la folla, mentre Travaglio s’era portato una camionata di suoi libri, sperando di piazzare i fondi di magazzino, sicuro che quella sarebbe stata l’ultima possibilità di fare soldi con il Cavaliere.  Per l’occasione si era fatto vivo anche Prodi, il quale aveva finalmente la faccia d’una mortadella felice. Ecco, a questo punto non ce l’ho fatta più, mi mancava l’aria e mi sono svegliato. L’incubo era sparito, l’ansia no. Allora ho pensato: o Silvio fa qualcosa adesso o qui finisce male.

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