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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 24 luglio 2010

3' di lettura

Per anni tutti si sono lamentati degli aiuti alla Fiat, sostenendo che un’azienda privata dovrebbe fare i conti con il mercato e non con i soldi dello Stato. Poi, quando il gruppo torinese decide di puntare esclusivamente sulle proprie risorse e si mette a produrre macchine a prezzi competitivi, comincia il piagnisteo. Gli stessi che denunciavano l’eccesso di assistenzialismo, oggi protestano perché vorrebbero una casa automobilistica che facesse assistenza sociale. Secondo loro Marchionne non dovrebbe badare a cosa conviene di più alla società, ma a quale sia la cosa più utile per la comunità. Tutto ciò potrebbe  avere anche un senso, se però poi si fosse disposti ad andare fino alle estreme conseguenze e cioè caricare sulle spalle della collettività le perdite che il gruppo dovesse riportare qualora mettesse sul mercato veicoli non concorrenziali. Ammesso e non concesso che l’Europa non avesse nulla da dire. La realtà è che a parole sono tutti liberisti, nei fatti preferirebbero un mercato protetto. Sindacati e politici invocano a gran voce le riforme e gli investimenti, ma poi non paiono rendersi conto che se qualcuno ci mette dei soldi è per guadagnare e non per perderli. E perché ciò avvenga, da che mondo è mondo, bisogna produrre qualcosa che dia utili. Il nocciolo della questione è tutto qui. Per cui, invece di meravigliarsi per la decisione di  dirottare gli investimenti in Serbia, farebbero bene a capirne le ragioni e soprattutto a valutare come compensare i vantaggi di cui godrebbe la Fiat espandendo la propria produzione a Kragujevac anziché a Mirafiori.  Ne potrebbero trarre insegnamenti utili per svecchiare il mercato del lavoro italiano e renderlo più concorrenziale con il resto d’Europa e del mondo.  Nessuno tra coloro i quali hanno sollecitato l’apertura di tavoli e tavolini per dar vita al suk degli aiuti o delle pressioni pubbliche chiamato concertazione si è invece preoccupato di studiare costi e ricavi dell’alternativa balcanica a confronto con quella piemontese. Sarebbe bastato mettere in riga le cifre per scoprire che da noi il costo lordo più oneri sociali è per la Fiat di 3400 euro a dipendente, il quale se gli va bene ne mette in tasca 1200, mentre in Polonia con poco più di quella che è la paga netta dell’operaio piemontese si liquidano salario e anche gli oneri.  In Serbia il gruppo risparmia anche di più, perché un lavoratore gli costa  750 euro. Considerato che nella fascia delle utilitarie e delle vetture medio-basse la parte del leone la fa il prezzo, si capisce perché Marchionne vuole andare a produrre la Multipla nella vecchia fabbrica che ai tempi di Tito sfornava le Zastava.  Se poi questo non bastasse per giustificare il trasloco al di là dell’Adriatico, c’è da considerare che all’estero non ci sono gli attivisti della Fiom,  pronti a bloccare un’azienda solo perché questa promette di fare più turni o denuncia l’assenteismo, e inoltre non esiste  un articolo 18 che impone di tenere e remunerare anche chi non lavora.  Dunque non c’è da stupirsi se l’amministratore delegato della Fiat è insensibile alla richiesta di utilizzare la sua azienda come ammortizzatore sociale. C’è da meravigliarsi che un manager abbia il coraggio di dire a brutto muso che  il tempo delle mene è finito e adesso è ora di lavorare. PS. Forse anche tra i lavoratori si comincia a capirlo. Per questo ieri sui 1200 in servizio,  solo 5 dipendenti dello stabilimento di Pomigliano hanno aderito allo sciopero indetto dalla Fiom.

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