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Siamo carne da mercato

Dagli influencer a OnlyFans fino alla gig-economy: l’economia digitale non chiede più cosa sai fare, ma cosa sei disposto a essere.
di Laura Avalle lunedì 23 febbraio 2026

2' di lettura

Per secoli il lavoro è stato semplice da definire: vendevi una competenza, una forza fisica, del tempo. C’era uno scambio chiaro: tu davi qualcosa, qualcun altro pagava. Oggi quel confine si sta dissolvendo. Un influencer non vende un prodotto: vende la propria quotidianità. Un creator non vende contenuti: vende accesso. OnlyFans non è un’eccezione scandalosa, è il modello più esplicito. Il punto non è la sessualità. Il punto è che per la prima volta nella storia moderna una persona può guadagnare non per ciò che produce, ma per il semplice fatto di essere osservata. Ed è qui che il lavoro cambia natura.

Il corpo come piattaforma
I social hanno introdotto una trasformazione silenziosa: il profilo personale è diventato un’infrastruttura economica. Il viaggio non è più vacanza, la cena non è più solo una cena: tutto è potenzialmente monetizzabile, se qualcuno guarda. La differenza rispetto al passato è sottile, ma radicale: non affittiamo più il nostro tempo a un’azienda. Mettiamo a disposizione noi stessi a una platea. Non serve spogliarsi. È sufficiente restare visibili, accessibili, coerenti con le aspettative. La ricompensa economica arriva dalla continuità dell’esposizione. In altre parole: non vendiamo prestazioni, vendiamo identità.

La nuova proprietà
Per millenni la proprietà ha riguardato le cose: terra, case, oggetti. Poi ha riguardato il lavoro: contratti, salari, professioni. Ora sta iniziando a riguardare la persona. Non in modo violento. Non in modo illegale. In modo volontario, contrattuale, perfettamente legale. Più un individuo costruisce valore attorno alla propria immagine, più quell’immagine smette di appartenergli del tutto. Deve mantenerla, curarla, proteggerla. Non deludere chi paga per guardarla. Non è censura, è dipendenza economica dall’attenzione. E quando il reddito dipende dall’essere osservati, il confine tra libertà e adattamento si assottiglia.

La domanda che prima o poi dovremo farci
Ci siamo abituati a pensare che la tecnologia liberi l’uomo dal lavoro. Forse accadrà davvero. L’automazione riduce posti, l’intelligenza artificiale sostituisce competenze. Ma se non sarà più necessario lavorare, da dove nascerà il valore? Perché l’economia non si ferma, si sposta. E se il valore non nasce più da ciò che facciamo, inizierà a nascere da ciò che siamo. Non è uno scenario distopico, è un processo già iniziato.
 

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