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Quietcation, fuga nel silenzio. Non è una moda turistica: per Lorenzo Campese è “un grido d’allarme dell’anima”

di Daniela Mastromattei sabato 2 maggio 2026

3' di lettura

Negli ultimi mesi il turismo ha trovato l’ennesima parola nuova: quietcation. Vacanze silenziose, senza caos, senza social, senza folla, senza rumore. Tradotto: sparire. Ma dietro il neologismo, come spesso accade, c’è qualcosa di meno leggero. Perché se sempre più viaggiatori scelgono mete isolate, e senza telefonino, riducono i programmi e cercano la solitudine, la domanda è inevitabile: stiamo seguendo una tendenza o stiamo reagendo a un disagio?

Per Lorenzo Campese, che da oltre trent’anni lavora sulla consapevolezza e lo sviluppo delle qualità umane con Altroove, il dubbio non esiste: «Non è una moda, è un grido d’allarme dell’anima. La definirei una reazione immunitaria della coscienza». Altroove (wwwaltroove.it) realtà che si occupa di presenza, meditazione e lavoro esperienziale, parte da un presupposto semplice: il problema non è fuori. Ed è esattamente qui che la quietcation, secondo Campese, mostra il suo limite.

«Viviamo in un’epoca di iper-stimolazione dove l’identificazione con la mente è totale. Il disagio che sentiamo non è dato dal rumore esterno, ma dal fatto che non riusciamo più a sentire noi stessi sotto il rumore dei pensieri». Il punto, quindi, non è il silenzio. È chi lo cerca. Perché si può anche andare lontano, isolarsi, spegnere tutto. Ma portandosi dietro la stessa testa.

«Possiamo andare in un monastero sull’Himalaya, ma se portiamo con noi il “narratore interno” — quella voce che giudica, pianifica e si lamenta — non saremo mai in silenzio. Non si tratta di una stanchezza fisica che si risolve dormendo. È una fatica esistenziale. È la stanchezza di sostenere un personaggio».

Un passaggio che fotografa bene il presente: identità da mantenere, aspettative da rispettare, immagini da alimentare.

«La persona non è stanca di fare, è stanca di essere qualcuno».

Dentro questa pressione continua si inserisce un altro fattore decisivo: l’affaticamento decisionale

«La mente moderna è come un browser con troppe schede aperte. Ogni scelta, anche la più banale, richiede energia. Si cerca di ridurre, delegare, eliminare. Vacanze senza pianificazione, viaggi in solitaria, itinerari aperti. Non per spirito d’avventura, ma per necessità. Quando la qualità della presenza diminuisce, decidere diventa un peso insopportabile perché abbiamo perso il contatto con l’intuizione».

E allora si prova a staccare. Dal lavoro, dal traffico, dalle notifiche...

«Crediamo di voler scappare dal capo o dalla tecnologia. In realtà stiamo cercando di scappare dal nostro stesso rumore mentale. Da un “Io” che è diventato troppo pesante da trascinare. Il problema, quindi, non è dove si va. È da cosa si scappa. E soprattutto: se sia possibile farlo davvero».

A questo punto il tema smette di essere turistico e diventa personale. Perché il silenzio esterno, da solo, non basta?.

«È solo un puntatore, un invito. Diventa utile solo se è uno specchio per il silenzio interiore. Ed è qui che entra in gioco il concetto chiave del lavoro di Altroove: la presenza. Una parola semplice, ma  quasi mai praticata. Presenza significa essere qui al 100%, mentre il corpo è qui. Sembra banale, ma raramente accade. Non teoria, ma pratica concreta: mentre lavi i piatti, senti l’acqua, mentre cammini, senti la terra».

Il problema è che questo “qui” oggi è sempre più raro... 

«A livello individuale, ansia e depressione. A livello collettivo, una società reattiva. La sintesi. un’umanità non presente è una massa di sonnambuli».

In questo scenario, la quietcation che ruolo ha? 

«Spegnere il telefono per un weekend e poi riaccenderlo con lo stesso stato d’animo di prima non serve a nulla. La disconnessione, senza consapevolezza, diventa solo una dieta temporanea».

E allora?

«Non basta solo partire. Serve fermarsi. Non basta cambiare luogo. Bisogna cambiare stato. Perché altrimenti — anche nel silenzio — resta tutto com’era. Rumore compreso».

Foto di Stefano Orsini

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