Il compositore ha presentato a Rimini il suo nuovo disco Traiettorie impercettibili, viaggio tra note e pensieri nelle melodie del grande cantautore siciliano
Le melodie di Franco Battiato scomposte e riarrangiate - ma meglio sarebbe dire “ricomposte” - dal polistrumentista, compositore e direttore d’orchestra Federico Mecozzi, sono il corrispettivo in musica dell’Uomo vitruviano di Leonardo. O - se volete restare nel mondo delle sette note - sono la versione spirituale e moderna del Clavicembalo ben temperato di Bach. Il cerchio e il quadrato dentro i quali iscrivere un’epoca a cavallo fra due secoli e tre generazioni. Che però grazie a Federico e Franco si tengono per mano. Mecozzi stavolta non ha scelto la Rimini rivierasca e un po’ ruffiana “tra i gelati e le bandiere” sublimata da De André e magnificamente deformata da Dalla ma è voluto tornare nella Romagna più sua, quella dell’entroterra marecchiese, sul letto dell’antico fiume Ariminum (oggi Marecchia) che al capoluogo romagnolo ha dato il nome. È la terra dei suoi padri. Concetto romantico che Federico presentando da par suo, con quel mix perfetto di emozione, umile dignità e grande coraggio, ha voluto evocare, restituendo alla sua gente un “Battiato vissuto quasi come un secondo padre”.
Sicché si capisce la scelta intima, quasi un’ultima confessione prima di partire verso quelle Traiettorie impercettibili, titolo dell’album del musicista romagnolo classe 1994, freschissimo di uscita e dedicato in toto al cantautore di Riposto.
Un omaggio, quello di Rimini, celebrato non in un teatro o un anfiteatro classico, come si confà da sempre alle armonie mediterranee del Battiato siculo e naturalmente connesso con altri fiumi, quelli della Mesopotamia, ma in un contesto naturale, figlio di un’utopia sociale che dal basso, dal degrado di un’area verde, si esalta e diventa politica aristocratica, espressione del governo dei filosofi, dei letterati. E il luogo un Parco degli Artisti dove tutto può compiersi. Proprio come sognava il maestro. La cui voce muta in parola parlata, nella splendida retorica civile e indignata che negli anni ha accompagnato brani come Povera patria o Inneres Auge. E a levarsi allora è l’eco di un altro
canto, quello di Federico, sulle note di un suo bellissimo brano autografo, Motionless in cui il Mecozzi cantante mette a nudo persino il pianoforte col quale sceglie di accompagnarsi.
E tutto allora prende e coglie sensi ulteriori, all’alba di un giugno italiano e quest’anno così orgogliosamente repubblicano, esattamente ottant’anni dopo il referendum che diede il voto alle donne e aprì l’Italia a un’altra idea di Europa. In cui anche la lingua tedesca aveva bisogno di essere riletta e pacificata. Come, se non con le note dell’Inno alla Gioia di Beethoven che nella versione “paracantautorale” di Mecozzi, d’un tratto, col suo violino sembra evocare persino quella Samarcanda resa meno lontana da un altro grande autore italiano: Roberto Vecchioni. Da dove, per tornare in questo giugno 2026, si deve passare per l’indiavolata danza araba che Federico, nel suo primo album, Awakening, intitolò Desert Dance, volto moderno ma ancora potentemente identitario di quel medioriente che si staglia sempre più presente nella quotidianità globalizzata e nichilista di ognuno di noi. Figli di un’occidente mai quanto oggi in crisi. Che Battiato, già vent’anni fa con le parole del suo autore filosofo, Manlio Sgalambro, aveva preconizzato ne Il vuoto. E oggi, mixato con le note degli anno venti del figlio-epigono Mecozzi, si riempie di traiettorie ulteriormente e ancora diversamente percettibili.