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Un italiano alla corte di Trump: Jordan Valdinocci coach alla Casa Bianca

di Marco Petrelli venerdì 26 giugno 2026

2' di lettura

“Controlli severissimi. Se davamo la mano ad un fan avremmo dovuto ripetere tutte le procedure di sicurezza. Che erano tante e stringenti”. E’ uno dei ricordi di Jordan Valdinocci, atleta pesarese di kick-boxing, disciplina di cui è stato quattro volte campione del mondo e che ancora detiene il titolo. Anche se da Trump non ci è andato
per combattere, anzi! Parrebbe di rivivere la trama di Rocky: da novello (e più giovane) Paulie Pennino anche lui allena un atleta di Philadelphia, Kyle Daukaus tra i “convocati” alla White House.

In occasione del suo compleanno, che coincide con il Flag Day (l’adozione della bandiera USA, il 14 giugno 1777), Trump ha assistito ad uno spettacolare incontro della Ultimate Fighting Championship, lega professionistica di combattimento molto popolare e seguita oltre Oceano.

“La Casa Bianca, che ho scoperto un intero complesso, ha fatto da sfondo agli incontri. Quattromila invitati ufficiali fra cui Mark Zuckenberg (fondatore di Facebook, nda) e Tyson Fury (pugile britannico), mentre all’esterno oltre centomila persone seguivano i match da un maxi schermo”. Malgrado per Daukaus la vittoria sia sfumata, il fatto che lui ed il suo italianissimo coach fossero di fronte a Trump, Melania e ai selezionatissimi ospiti è già una vittoria da bacheca trofei.

E a questo punto sorge una domanda: Jordan, come hai fatto? 
“Come sai da alcuni anni non lavoro solo in Italia, seguendo palestre e team di MMA (mixed martial arts) in Repubblica Domenicana e negli Stati Uniti. Ecco, dopo aver allenato Alexa Grasso, atleta messicana già campionessa dell’UFC Women's Flyweight Championship, sono stato contattato da un manager statunitense per allenare sul suolo americano”.
Dai, qualche dettaglio in più… 
“Che dirti? E’ stato un po’ un passa parola. Ho allenato in America latina, formando una combattente colombiana che ha ottenuto buoni risultati nel corso di un importante match alle Hawaii. Intervistata, mi ha riconosciuto il merito della preparazione e, visto che negli Stati Uniti queste discipline sono popolari quanto l’NBA (National Basketball Association), ho avuto due nuove opportunità: in Floria e a Philadelphia”.
Dunque, hai incontrato Trump? 
“Ci siamo di fatto incrociati arrivando nell’arena e siamo rimasti qualche secondo a guardarci. E’ stato surreale! Mi fissava. Accanto a lui Melania. Se già l’arrivo al compound della Casa Bianca è stato eccitante, con i Veterani e la Guardia d’Onore schierati al nostro ingresso, trovarmi il Presidente degli Stati Uniti di fronte è…”.
Eh, è… ci sta tutto! E uscendo dal ring neanche un saluto? 
“Protocollo imponeva che solo il vincitore del match potesse incontrarlo per la premiazione”.
E Kyle… 
“Non è stato lui a vincere, peccato ma essere arrivati alla Casa Bianca è un successo che non dimenticherà”.
E per te! 
“Chiaro. Ripeto, è stata un’esperienza surreale”.
Dunque adesso sei “all american”! 
“Al momento lavoro negli Stati Uniti. Mi era stato proposto di trasferirmi ma voglio restare legato al mio Paese”.

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