Ci sono giornalisti destinati a raccontare il presente e altri che riescono a cogliere i cambiamenti prima che diventino evidenti a tutti. Oriana Fallaci apparteneva a questa seconda categoria. Con uno stile diretto, coraggioso e spesso controcorrente, la scrittrice e giornalista fiorentina mise al centro del dibattito un tema che, a distanza di oltre vent’anni, continua a dividere l’opinione pubblica: il rapporto tra l’Occidente e l’Islam radicale.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la Fallaci sostenne che il terrorismo jihadista non fosse un fenomeno isolato, ma la manifestazione più estrema di un’ideologia che, secondo la sua analisi, entrava in contrasto con alcuni principi fondamentali delle democrazie occidentali: la libertà di espressione, la separazione tra Stato e religione, l’uguaglianza tra uomo e donna, il primato della legge civile e la tutela dei diritti individuali.
Per queste posizioni venne duramente criticata. Molti la accusarono di generalizzare una realtà estremamente complessa. Tuttavia, con il passare degli anni, il tema della radicalizzazione islamista è diventato uno dei principali dossier di sicurezza per numerosi Paesi europei.
Negli ultimi due decenni l’Europa è stata colpita da gravi attentati terroristici di matrice jihadista, mentre le forze di polizia e le magistrature di diversi Stati hanno smantellato reti estremiste, contrastato fenomeni di radicalizzazione e rafforzato gli strumenti di prevenzione contro il terrorismo. Anche l’Italia, pur non essendo stata teatro di attentati della stessa portata di altri Paesi europei, è da anni impegnata in una costante attività di monitoraggio e prevenzione svolta dalle Forze dell’Ordine, dalla Magistratura e dai Servizi di Intelligence.
Uno dei punti centrali del pensiero di Oriana Fallaci riguardava il rapporto tra religione e potere. Secondo la giornalista, alcune interpretazioni dell’Islam attribuiscono alla legge religiosa una posizione prevalente rispetto alla legge dello Stato, ponendo interrogativi sulla compatibilità con i principi dello Stato laico e delle democrazie occidentali.
Nel dibattito vengono spesso richiamati alcuni versetti del Corano. Tra questi la Sura 5, versetto 51, che invita i credenti a non prendere ebrei e cristiani come awliyāʾ, termine tradotto in diversi modi come “alleati” o “protettori”, e la Sura 9, versetto 29, che fa riferimento al combattimento contro alcuni appartenenti alla “Gente del Libro” in uno specifico contesto storico. Su questi versetti esistono interpretazioni differenti, ma è un dato di fatto che organizzazioni jihadiste abbiano richiamato alcuni testi religiosi per sostenere la propria propaganda estremista.
Anche nel nostro Paese il fenomeno della radicalizzazione è stato oggetto di numerose indagini. Procure della Repubblica, Direzioni Distrettuali Antimafia e Antiterrorismo, Forze dell’Ordine e Servizi di Intelligence hanno svolto negli anni un’intensa attività investigativa nei confronti di singoli soggetti, associazioni e centri islamici ritenuti meritevoli di approfondimento per possibili processi di radicalizzazione o per presunti collegamenti con ambienti dell’estremismo islamista. In diversi casi tali attività hanno portato ad arresti, espulsioni per motivi di sicurezza dello Stato e altre misure previste dall’ordinamento. Tra le vicende che hanno maggiormente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica vi è quella dell’imam Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin. Nei suoi confronti il Ministero dell’Interno ha disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza nazionale, ritenendolo, sulla base degli elementi raccolti, una “minaccia concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato”. Secondo la valutazione delle autorità, gli elementi emersi nel corso delle indagini avrebbero potuto far ritenere il soggetto potenzialmente pericoloso per la sicurezza del nostro Paese. La vicenda ha successivamente avuto sviluppi davanti all’autorità giudiziaria, ma rappresenta uno dei casi più significativi affrontati negli ultimi anni nel contrasto ai fenomeni di radicalizzazione islamista.
Proprio per questo motivo il lavoro della Magistratura, delle Procure della Repubblica, delle Forze dell’Ordine e dei Servizi di Intelligence merita il massimo riconoscimento. È grazie alla loro attività investigativa, spesso svolta lontano dai riflettori, che vengono individuati tempestivamente fenomeni di radicalizzazione e possibili minacce alla sicurezza nazionale, contribuendo a garantire la tutela dello Stato e dei cittadini nel pieno rispetto della legge. Un altro tema destinato a far discutere riguarda il velo integrale, come il burqa e il niqab. Nel 2018 la Danimarca ha approvato una legge che vieta di coprire integralmente il volto nei luoghi pubblici. La scelta è stata motivata con esigenze di ordine pubblico, sicurezza e identificazione delle persone, non con la volontà di limitare una specifica religione. Una democrazia moderna ha certamente il dovere di garantire la libertà di culto, ma ha anche il diritto di pretendere che chiunque si trovi in un luogo pubblico possa essere identificato. Non si tratta di mettere in discussione una fede religiosa, bensì di applicare regole uguali per tutti nell’interesse della sicurezza collettiva. Anche in Italia questo tema meriterebbe una riflessione seria e una disciplina normativa chiara, capace di coniugare il rispetto della libertà religiosa con le esigenze di sicurezza pubblica. La Fallaci riteneva che il rischio maggiore fosse l’incapacità dell’Occidente di difendere con convinzione i propri valori. Secondo la sua visione, la tolleranza non avrebbe mai dovuto trasformarsi in rinuncia ai principi fondamentali della civiltà occidentale: libertà, uguaglianza, laicità dello Stato e rispetto della dignità della persona.
A distanza di oltre vent’anni, il pensiero di Oriana Fallaci continua a suscitare consensi e critiche. Ma una cosa appare evidente: le domande che pose allora sono ancora oggi al centro del dibattito europeo. Come difendere la libertà senza rinunciare alla sicurezza? Come garantire l’integrazione senza sottovalutare i fenomeni di radicalizzazione? Come tutelare i diritti fondamentali senza arretrare di fronte all’estremismo? Sono interrogativi ai quali ogni democrazia è chiamata a dare una risposta nel rispetto della Costituzione, dello Stato di diritto e delle libertà individuali. Ed è forse proprio per questo che, ancora oggi, il nome di Oriana Fallaci continua a essere al centro del confronto culturale e politico: perché ebbe il coraggio di affrontare temi scomodi che, nel bene e nel male, sono rimasti di stretta attualità.
A titolo personale, nutro una profonda stima per la giornalista Oriana Fallaci. Ritengo che abbia avuto il coraggio di esprimere il proprio pensiero con determinazione, esercitando quella libertà di opinione e di stampa che rappresenta uno dei pilastri di ogni democrazia. Le sue posizioni hanno suscitato un intenso dibattito e non sono state condivise da tutti, ma hanno contribuito ad aprire un confronto su temi che ancora oggi sono al centro dell’attenzione pubblica. A mio avviso, molte delle questioni che sollevava oltre vent’anni fa si ripropongono oggi in modo evidente nel dibattito europeo sulla sicurezza, sulla radicalizzazione islamica sull’integrazione e sulla difesa dei valori democratici. Per questo considero Oriana Fallaci una delle più grandi giornaliste italiane del Novecento: una donna libera, che ha scelto di non rinunciare mai alle proprie convinzioni e che ha difeso fino all’ultimo il diritto di esprimerle.
Alle donne e agli uomini delle Forze dell’Ordine, della Magistratura, delle Procure della Repubblica e dei Servizi di Intelligence italiani va il più sincero ringraziamento per il lavoro silenzioso, spesso lontano dai riflettori, che ogni giorno svolgono per prevenire il terrorismo, contrastare la radicalizzazione e garantire la sicurezza del nostro Paese nel pieno rispetto della legge e della Costituzione.