Negli ultimi anni, e soprattutto alla luce delle decine e decine di fatti di cronaca che ogni giorno riempiono le pagine dei giornali e i notiziari, una domanda si fa sempre più insistente: è normale che chi indossa una divisa per proteggere i cittadini abbia troppo spesso la percezione di rischiare più del delinquente che commette un reato? È una riflessione che la politica non può più ignorare. Ogni giorno migliaia di donne e uomini delle forze dell’ordine escono di casa senza sapere cosa li aspetta.
Sono chiamati a far rispettare la legge, a garantire la sicurezza dei cittadini e a difendere le istituzioni, ma sempre più spesso si trovano ad affrontare situazioni nelle quali ogni loro decisione può trasformarsi in un problema giudiziario, mediatico o disciplinare. In questo contesto, un messaggio che da tempo circola sui social sintetizza il sentimento di frustrazione che molti operatori dichiarano di vivere. Sei un poliziotto, un carabiniere, un finanziere, un agente della Polizia Locale o un appartenente alla Polizia Penitenziaria. Hai il manganello, ma non lo puoi usare. Hai la pistola, ma non la puoi usare. Hai il taser, ma non lo puoi usare. Hai la paletta dell’alt, ma non puoi inseguire perché il criminale poi si spaventa. Devi fare i controlli, ma se chiedi i documenti a uno straniero, vieni accusato di razzismo. Spari e vieni indagato. Non spari e vieni indagato. Intervieni e vieni accusato di aver esagerato. Non intervieni e vieni accusato di non aver fatto il tuo dovere. Sei duro e sbagli. Sei morbido e sbagli. Alle manifestazioni ti becchi martellate, sassate, insulti e sputi, ma se osi reagire, sei fascista.
Al di là del tono volutamente provocatorio, questo messaggio pone una questione reale: molti appartenenti alle forze dell’ordine ritengono di operare in un sistema nel quale ogni intervento comporta rischi personali elevati e dove il confine tra il dovere di agire e il timore delle conseguenze è sempre più sottile. Le forze dell’ordine non chiedono privilegi, né tantomeno immunità. Chiedono semplicemente di poter svolgere il proprio lavoro con regole chiare, strumenti adeguati e la certezza che, quando operano nel rispetto della legge e dei propri doveri, lo Stato sia al loro fianco. È importante chiarire un aspetto fondamentale: questa non è una questione che riguarda la magistratura. I magistrati hanno il compito di applicare le leggi approvate dal Parlamento. Il vero tema riguarda la politica e il legislatore, che hanno oggi più che mai il dovere morale e istituzionale di verificare se l’attuale impianto del Codice penale e delle norme che regolano l’attività delle forze dell’ordine sia ancora adeguato alle esigenze del nostro tempo. Se si ritiene che chi serve lo Stato debba essere maggiormente tutelato, è il Parlamento che deve intervenire modificando le leggi. Una maggiore tutela giuridica per chi opera quotidianamente per la sicurezza dei cittadini non significa sottrarre nessuno ai controlli o alla responsabilità delle proprie azioni. Significa riconoscere che esiste una differenza sostanziale tra chi indossa una divisa per difendere la collettività e chi, invece, sceglie volontariamente di violare le leggi. Uno Stato forte deve saper distinguere chi tutela la legalità da chi la mette in pericolo. Non è accettabile che chi ogni giorno rischia la propria vita per garantire sicurezza debba sentirsi più esposto del criminale che ha deciso di infrangere la legge. Continuare a rinviare questo dibattito sarebbe un grave errore. Se non si avrà il coraggio di rivedere le norme, il rischio è che la criminalità continui a rafforzarsi, alimentando la percezione di uno Stato sempre meno autorevole e sempre meno capace di far rispettare le proprie leggi. Uno scenario del genere sarebbe inconcepibile in una democrazia moderna. Lo Stato deve essere presente, autorevole e credibile.
E per esserlo deve mettere nelle condizioni migliori coloro che, ogni giorno, rappresentano il primo baluardo della legalità. Difendere le forze dell’ordine non significa limitare i diritti dei cittadini, né rinunciare ai controlli sull’operato di chi porta una divisa. Significa trovare un equilibrio che consenta a chi serve lo Stato di svolgere il proprio lavoro con serenità, responsabilità e adeguate garanzie giuridiche. Perché senza sicurezza non esiste libertà. E senza donne e uomini messi nelle condizioni di difendere la legge, nessuno Stato può dirsi davvero forte, credibile e capace di garantire il futuro della propria democrazia.