C’è una domanda molto semplice che in Italia dovrebbe essere possibile rivolgere a chiunque raccolga centinaia di migliaia, o addirittura milioni di euro, per realizzare un grande edificio destinato al culto: da dove arrivano i soldi? Non è una domanda contro una religione. Non è una domanda contro l’Islam. Non è neppure una questione che dovrebbe essere lasciata alle contrapposizioni ideologiche tra chi vorrebbe impedire qualsiasi nuova moschea e chi, all’opposto, considera qualsiasi richiesta di controllo una forma di discriminazione. È, prima di tutto, una questione di trasparenza. Ed è proprio su questo terreno che il progetto della grande moschea di Mestre è diventato, nelle ultime settimane, un caso nazionale. Il progetto previsto nell’area dell’ex segheria di via Giustizia è imponente: circa ottomila metri quadrati, con sala di preghiera e altri spazi, per un investimento indicato nell’ordine dei 20 milioni di euro. Secondo quanto riferito pubblicamente dai rappresentanti della comunità, non sarebbero previsti finanziamenti pubblici: le risorse dovrebbero arrivare attraverso crowdfunding e autotassazione dei fedeli bengalesi. Così riportano giornali locali e non. Ed è esattamente qui che nasce la questione. L’associazione “Giovani per l’umanità”, presieduta da Prince Howlader e coinvolta nella raccolta di denaro per il progetto, risulta iscritta al Registro unico nazionale del Terzo settore. Il Codice del Terzo settore impone agli ETS di depositare al RUNTS il bilancio d’esercizio o il rendiconto per cassa e gli eventuali rendiconti delle raccolte fondi entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio. Non si tratta di una richiesta giornalistica o di una pretesa politica: è un obbligo previsto per gli enti interessati dalla normativa. È questo è accertato dal ministero del lavoro. A sollevare il caso è stato il quotidiano Libero, che ha segnalato l’assenza, nella consultazione del registro, dei rendiconti relativi all’associazione. Ma nelle ore successive è arrivato un elemento ancora più significativo: secondo quanto riportato dalla Rai, la Regione ha concesso all’associazione trenta giorni per mettere a disposizione i rendiconti relativi agli anni dal 2022 al 2025. Howlader ha assicurato che le informazioni saranno pubblicate. Il presidente dell’associazione ha inoltre sostenuto pubblicamente che i pagamenti sarebbero tutti tracciati e che non vi sarebbe nulla da nascondere. È una posizione che deve essere riportata con la stessa evidenza riservata alle contestazioni.
Nel frattempo l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint ha depositato un esposto al Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Venezia chiedendo accertamenti sulla raccolta, sulla gestione e sulla rendicontazione delle somme. Un esposto, va precisato, non equivale all’accertamento di un illecito e non dimostra che il denaro abbia provenienza illegale o irregolare. Significa che qualcuno ha chiesto alle autorità competenti di effettuare verifiche. Così riportano organi di stampa. Ed è proprio questa distinzione che consente di affrontare seriamente il problema senza trasformarlo in un processo mediatico. L’opacita non è una prova di illegalità ma è un serio problema di trasparenza. Nel caso di Mestre, quindi, la parola corretta non è “finanziamento illecito”, perché allo stato non risulta pubblicamente accertato nulla del genere. La parola corretta è opacità documentale. Se un’associazione soggetta a obblighi di rendicontazione non rende facilmente disponibili nei termini previsti documenti che consentano di capire entrate, uscite e raccolte fondi, si crea inevitabilmente un vuoto informativo. Ed è quel vuoto che deve essere colmato. Trasparenza significa poter distinguere con precisione una donazione da cento euro effettuata da un lavoratore residente a Mestre da un eventuale contributo di centinaia di migliaia di euro proveniente da una fondazione estera. Significa sapere quanto denaro è stato effettivamente raccolto, da quanti soggetti, attraverso quali strumenti, su quali conti e con quale destinazione. Significa soprattutto evitare che il dibattito pubblico venga riempito dalle supposizioni. Perché la trasparenza tutela innanzitutto chi raccoglie fondi legalmente. Se diecimila fedeli finanziano con somme perfettamente lecite un luogo di culto, poterlo documentare dovrebbe essere un vantaggio, non un problema. Il diritto di costruire una Moschea non può rappresentare il diritto all’opacita’. La Costituzione italiana protegge la libertà religiosa. L’articolo 19 garantisce a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede e di esercitarne il culto. E la Corte costituzionale ha chiarito che questa libertà comprende concretamente anche la possibilità di disporre di spazi adeguati nei quali esercitare il culto. La stessa Corte ha bocciato norme che, dietro apparenti finalità urbanistiche, finivano per creare ostacoli irragionevoli all’apertura dei luoghi religiosi. E questo lo dichiara la Corte Costituzionale. Questo principio non dovrebbe essere messo in discussione. Un musulmano ha lo stesso diritto di un cattolico, di un ebreo, di un evangelico o di qualsiasi altro credente di pregare e di organizzarsi nel rispetto dell’ordinamento. Ma proprio perché il diritto è pieno, altrettanto pieno deve essere il rispetto delle regole. Libertà religiosa non significa libertà urbanistica. Non significa esenzione dalle norme sulla sicurezza.
Non significa possibilità di cambiare arbitrariamente la destinazione d’uso di un magazzino. E non dovrebbe significare opacità finanziaria quando vengono raccolte somme molto rilevanti destinate a costruire strutture aperte a centinaia o migliaia di persone. Nel nostro paese c’è un punto cieco, chi finanzia I grande luoghi di culto i islamici. Il problema supera largamente Mestre. In Italia non esiste oggi un meccanismo generale che consenta al cittadino di aprire un unico registro nazionale dei luoghi di culto e verificare, edificio per edificio, chi ne abbia finanziato la costruzione, quali siano stati i principali contributori, se siano arrivati fondi dall’estero e attraverso quali soggetti. Esistono naturalmente obblighi fiscali, contabili, antiriciclaggio e, per gli enti che appartengono al Terzo settore, precisi obblighi di bilancio e deposito. Ma il sistema resta frammentato. Ed è singolare che nel 2026 questa lacuna sia ancora al centro di proposte legislative. Il 19 maggio 2026 è stato infatti presentato in Senato il disegno di legge n. 1906, dedicato alle confessioni prive di intesa con lo Stato. Il testo, che è una proposta e non una legge vigente, prevede tra l’altro un registro nazionale degli enti religiosi interessati, il deposito annuale dei bilanci e specifiche disposizioni sulla tracciabilità dei finanziamenti provenienti dall’estero. Il fatto stesso che il Parlamento discuta una disciplina di questo genere dimostra che la questione esiste. Ma una normativa realmente solida dovrebbe partire da un principio ancora più semplice: trasparenza finanziaria e legalità non devono dipendere dalla religione professata. Se il legislatore ritiene necessario rafforzare i controlli sui grandi progetti religiosi, dovrebbe costruire regole proporzionate e neutrali, applicabili secondo criteri oggettivi alle confessioni interessate, nel rispetto degli articoli 3, 8, 19 e 20 della Costituzione. Il controllo non deve riguardare la fede. Deve riguardare i soldi. Deve esistere una soglia oltre la quale tutto deve essere tracciato. Una strada possibile sarebbe stabilire per legge che, oltre una determinata dimensione economica, la realizzazione o l’acquisto di un luogo di culto debba essere accompagnato da una rendicontazione finanziaria particolarmente rigorosa.Non serve conoscere pubblicamente il nome del pensionato che dona cinquanta euro. Serve invece poter ricostruire i grandi flussi di denaro. Per esempio: bilancio annuale depositato; conto corrente intestato all’ente promotore; raccolte fondi separate e rendicontate; indicazione dei finanziamenti rilevanti provenienti dall’estero; identificazione, presso le autorità competenti, dei soggetti che effettuano contribuzioni superiori a determinate soglie; divieto o severa limitazione delle grandi raccolte in contanti; certificazione per i progetti di valore particolarmente elevato. E soprattutto dovrebbe essere prevista una conseguenza concreta in caso di mancata rendicontazione. Perché una legge senza controlli rimane un auspicio. Poi c’è il secondo grande problema: quello urbanistico. Per anni in diverse città italiane il conflitto sulle moschee non è nato intorno a grandi edifici progettati e autorizzati come luoghi di culto, ma attorno a magazzini, laboratori, capannoni e seminterrati formalmente destinati ad altro e utilizzati stabilmente per la preghiera. Anche qui occorre evitare generalizzazioni. Non ogni centro culturale islamico è una moschea abusiva. Non ogni sala nella quale occasionalmente si prega realizza automaticamente un illecito urbanistico.
E l’esistenza di casi irregolari non autorizza a descrivere l’intera presenza islamica in Italia come abusiva. Ma i casi accertati esistono. E alcuni sono clamorosi. Un esempio concreto, a Milano e da docininanni circa che esiste un contenzioso per una moschea in un seminterrato. Uno dei casi più emblematici è quello di via Cavalcanti 8 a Milano. All’interno di un condominio, un grande magazzino seminterrato era stato trasformato in luogo di preghiera frequentato, secondo i sopralluoghi richiamati dalla cronaca giudiziaria, anche da centinaia di persone il venerdì. La vicenda ha prodotto per oltre un decennio esposti, diffide, procedimenti amministrativi, cause civili e decisioni giudiziarie. Nel 2019 divenne definitiva una condanna penale per il rappresentante dell’associazione che aveva commissionato i lavori di trasformazione del magazzino in luogo di culto senza il necessario permesso: il punto giuridico riguardava proprio il mutamento di destinazione d’uso. La storia si è chiusa soltanto nell’estate 2026 con una transazione che prevede che quei locali non vengano più utilizzati impropriamente come moschea. Dodici anni. È difficile sostenere che un sistema capace di trascinare per dodici anni una controversia del genere sia un sistema efficiente. E il problema vale per tutti: per i residenti, che hanno diritto alla certezza delle regole; per il Comune; ma anche per i fedeli musulmani, che hanno interesse a poter pregare in luoghi regolari, sicuri e definitivamente autorizzati. Un precedente ancora più antico arriva da Verona. Nel 2009 il Comune emanò un’ordinanza imponendo al Consiglio islamico di ripristinare la destinazione a magazzino del piano interrato di un edificio in via Bencivenga-Biondani, utilizzato come luogo di culto. Il Comune motivò il provvedimento sostenendo che quell’utilizzo non fosse conforme né alle destinazioni urbanistiche ammesse né al certificato di agibilità rilasciato per l’immobile. Ancora una volta, non era la preghiera ad essere vietata. Era contestato l’utilizzo di un immobile per una funzione diversa da quella autorizzata. Nel 2018 anche il Comune di Monza comunicò di avere riscontrato opere edilizie interne irregolari durante un sopralluogo in uno stabile di via Galilei 24, effettuato dopo segnalazioni riguardanti la possibile realizzazione di una moschea. Al proprietario furono contestate irregolarità edilizie e l’amministrazione chiarì che i locali non avevano destinazione compatibile con un luogo di culto. Sono vicende diverse, avvenute in città diverse e in anni diversi. Ma mostrano lo stesso cortocircuito: la domanda di spazi religiosi esiste; la pianificazione spesso arriva tardi; nel vuoto nascono soluzioni provvisorie; le soluzioni provvisorie diventano permanenti; e quando interviene l’amministrazione il problema è ormai diventato politico, giudiziario e sociale. È su questo punto che l’Italia dovrebbe uscire finalmente dalle tifoserie. Chiedere che un locale aperto stabilmente a centinaia di persone abbia agibilità, uscite di sicurezza, destinazione urbanistica corretta e requisiti previsti dalla legge non è una persecuzione religiosa. Sono le stesse garanzie che pretendiamo da un cinema, da una palestra, da una scuola, da un teatro. E dovrebbero essere rivendicate per primi proprio da chi frequenta quei luoghi. Un seminterrato sovraffollato, senza caratteristiche adeguate per il numero di persone presenti, non diventa sicuro perché al suo interno si prega. La fede non modifica le norme antincendio. Servirebbe un censimento serio per capire quanti luoghi di culto islamici irregolari siano presenti sul territorio nazionale. L’Italia dovrebbe allora sapere quanti luoghi vengono realmente utilizzati in maniera stabile per il culto islamico, quanti siano urbanisticamente riconosciuti come tali, quanti operino all’interno di centri culturali e quale sia la situazione amministrativa degli immobili. Un censimento amministrativo trasparente sarebbe infinitamente più utile delle cifre lanciate nella battaglia politica.Perché soltanto conoscendo il fenomeno si possono distinguere le strutture perfettamente regolari dalle situazioni problematiche. E soltanto quella distinzione permette di controllare le seconde senza criminalizzare le prime. Per questo la vicenda della moschea di Mestre offre un’occasione. Se, come sostiene Prince Howlader, tutti i finanziamenti sono regolari e tracciati, la pubblicazione completa dei rendiconti consentirà di dissipare i dubbi e di riportare la discussione sui fatti. Se invece emergessero irregolarità, spetterebbe alle autorità competenti valutarle. Non ai giornali. Non ai partiti. Non ai social network. Questo è il confine tra inchiesta e gogna. Il giornalismo ha il diritto e il dovere di chiedere documenti, verificare registri, confrontare cifre e porre domande scomode. Ma deve anche fermarsi un centimetro prima della sentenza. Perché “mancano pubblicamente alcuni documenti” e “i soldi sono illeciti” sono due frasi completamente diverse.
La prima può essere verificata. La seconda richiede prove. Ci vorrebbe una legge seria sulla trasparenza dei finanziamenti religiosi . Il Parlamento potrebbe approfittare della discussione già aperta per fissare finalmente alcuni principi chiari. Libertà assoluta di culto nei limiti della Costituzione. Parità tra le confessioni. Programmazione urbanistica che non venga utilizzata come espediente per impedire arbitrariamente l’apertura di luoghi religiosi. Ma, contemporaneamente, massima trasparenza economica per i grandi progetti. Come le moschee. Ogni euro destinato alla costruzione di strutture da milioni dovrebbe essere ricostruibile attraverso canali finanziari verificabili. Le grandi donazioni dovrebbero essere tracciate. I fondi provenienti dall’estero dovrebbero essere conoscibili dalle autorità e sottoposti agli opportuni controlli. I bilanci degli enti obbligati al deposito dovrebbero essere realmente accessibili. E chi utilizza stabilmente un immobile come luogo aperto al culto dovrebbe rispettare integralmente destinazione d’uso, agibilità, sicurezza e normativa edilizia. Non perché si tratta di una moschea. Perché si tratta dell’Italia. Alla fine rimane quella domanda iniziale. Chi paga? Non dovrebbe essere una domanda offensiva. Dovrebbe essere la più normale delle domande quando si parla di un progetto da milioni di euro destinato a diventare un punto di riferimento religioso e sociale per migliaia di persone. La risposta non dovrebbe dipendere da indiscrezioni, polemiche televisive, esposti politici o fotografie di ricevute mostrate a una redazione. Dovrebbe trovarsi nei documenti. Pubblici, verificabili e completi. Perché la libertà religiosa è un diritto fondamentale. Ma proprio per questo non ha bisogno di zone d’ombra. Una moschea trasparente non ha nulla da temere dalla trasparenza. E uno Stato realmente laico non deve chiedere ai cittadini in che cosa credono prima di controllare che soldi, edifici e autorizzazioni rispettino la legge.