In un mondo dominato dal confronto, dall’apparenza e dall’invidia, rischiamo di dimenticare ciò che ci rende davvero donne e uomini: la sensibilità, il rispetto, l’altruismo e la capacità di voler bene.
Forse abbiamo dimenticato che la vita non è una gara. Che chi la pensa diversamente da noi non è un nemico. E che aiutare chi è meno fortunato non ci rende più deboli, ma semplicemente più umani.
Ogni giorno trattiamo temi che riguardano i grandi sistemi. Parliamo di politica, economia, ideologie, potere. Ci dividiamo, ci schieriamo, discutiamo. Litighiamo su tutto.
Se sei di destra, sei sbagliato.
Se sei di sinistra, sei sbagliato.
Se fai un lavoro rispetto a un altro, sei passibile di critiche.
Se hai successo, qualcuno ti invidia.
Se fallisci, qualcuno è pronto a giudicarti.
E così, lentamente, abbiamo trasformato la nostra vita in una continua contrapposizione.
Ma mentre discutiamo su tutto, forse abbiamo smesso di parlare delle cose che contano davvero.
Abbiamo smesso di parlare di noi.
Viviamo in un mondo nel quale apparire è diventato più importante che essere.
Un mondo nel quale la cattiveria e l’invidia sociale sembrano farla da padrone. Un mondo nel quale non esiste più, o sembra esistere sempre meno, quell’amicizia pura, quel rispetto sincero, quei sentimenti che non chiedono nulla in cambio.
Abbiamo quasi dimenticato cosa significhi essere altruisti verso chi nella vita è stato meno fortunato di noi.
Vogliamo sempre di più.
E ancora di più.
E non guardiamo ciò che di prezioso abbiamo fino a quando non lo perdiamo.
È forse questa una delle tragedie più grandi del nostro tempo: accorgerci del valore delle cose soltanto quando non possiamo più riaverle.
Ci accorgiamo del valore di una persona quando non possiamo più abbracciarla.
Della salute quando viene a mancare.
Della famiglia quando la distanza diventa troppo grande.
Di un amico quando ci rendiamo conto che non c’è più.
E nel frattempo viviamo in un confronto perenne.
Chi ha la macchina più bella della mia.
Chi ha la casa più grande.
Chi guadagna di più.
Chi veste meglio.
Chi sembra avere una vita più felice.
E qualche volta arriviamo persino a desiderare che l’altro perda ciò che possiede, semplicemente perché noi non possiamo averlo.
Che cosa ci è successo?
Quando abbiamo smesso di essere felici per la felicità degli altri?
Quando abbiamo iniziato a pensare che per stare bene noi qualcun altro debba necessariamente stare peggio?
Viviamo in un mondo finto, fatto spesso di cose futili.
E più cerchiamo di avere, più sembriamo perdere.
Non sorridiamo più.
Non siamo più sereni.
Non ci godiamo quello che abbiamo.
Siamo continuamente proiettati verso ciò che ancora non possediamo, senza renderci conto che magari, proprio in questo momento, abbiamo accanto tutto ciò che un giorno rimpiangeremo.
Stiamo diventando sempre più aridi.
E forse dovremmo avere il coraggio di fermarci.
Di riscoprire la sensibilità.
Perché essere sensibili non è un valore stupido.
Essere altruisti non è sconveniente.
Voler bene a qualcuno non è una debolezza.
Aiutare chi è in difficoltà non significa essere ingenui.
Significa essere umani.
E forse dovremmo ricominciare a capire che una persona che, con sacrificio e onestamente, ottiene qualcosa dalla vita non dovrebbe essere guardata con invidia.
Dovrebbe essere guardata con rispetto.
La sua storia potrebbe insegnarci qualcosa.
Potrebbe ricordarci che dietro ogni risultato ci sono spesso sacrifici che non vediamo, rinunce che non conosciamo, difficoltà che non abbiamo mai vissuto.
E dovremmo imparare anche a non considerare un nemico chi la pensa diversamente da noi.
Chi la pensa diversamente da noi non è un nemico.
È una persona.
E proprio perché è diversa da noi, forse può insegnarci qualcosa.
Non dobbiamo necessariamente pensarla allo stesso modo per rispettarci.
Non dobbiamo avere le stesse idee per riconoscere nell’altro un essere umano.
Non dobbiamo vincere ogni discussione.
A volte possiamo semplicemente ascoltare.
Forse continueremo a peggiorare, perché qualcuno ci sta indottrinando a questa pochezza umana e spirituale.
Ma forse possiamo ancora scegliere di non seguirla.
Possiamo scegliere di recuperare un po’ più di amore, rispetto e sensibilità verso gli altri.
Possiamo scegliere di tornare ad aiutarci.
A sostenerci.
A guardarci negli occhi.
A ricordarci che dietro ogni volto c’è una storia che non conosciamo.
E possiamo tornare a essere orgogliosi del nostro Paese.
Perché essere orgogliosi del luogo in cui siamo nati, delle nostre radici, della nostra storia e della nostra comunità non significa essere fascisti.
Significa poter amare ciò che sentiamo nostro senza necessariamente odiare ciò che appartiene agli altri.
E sostenersi l’un con l’altro potrebbe davvero aiutare il nostro Paese e aiutare noi stessi a ridiventare una grande nazione.
Non soltanto economicamente.
Non soltanto politicamente.
Ma soprattutto umanamente.
Perché una nazione è grande quando le persone che la compongono riescono ancora a prendersi cura le une delle altre.
Quando chi sta bene non dimentica chi sta peggio.
Quando il successo di uno non diventa l’invidia di un altro.
Quando la diversità non diventa odio.
Quando una mano tesa non viene scambiata per debolezza.
Forse, allora, riusciremmo anche a vivere una vita migliore.
Perché alla fine della nostra vita non porteremo con noi la macchina che abbiamo guidato, la casa che abbiamo posseduto, i soldi che abbiamo accumulato o l’immagine che abbiamo costruito davanti agli altri.
Porteremo ciò che siamo stati.
Il bene che abbiamo fatto.
Le persone che abbiamo amato.
Le mani che abbiamo stretto.
Gli abbracci che abbiamo dato.
Le volte in cui abbiamo aiutato qualcuno senza chiedere nulla in cambio.
E forse, quando tutto sarà finito, la domanda più importante non sarà:
“Quanto hai avuto?”
Ma:”Quanto sei stato capace di amare?”
Forse è da qui che dovremmo ricominciare.
Dal ricordarci che la vita non è una gara.
Che l’altro non è necessariamente un nemico.
Che essere sensibili non significa essere deboli.
Che essere altruisti non significa essere stupidi.
Che avere rispetto non significa essere fuori dal tempo.
E che, in un mondo che ogni giorno ci spinge ad avere sempre di più, la vera ricchezza potrebbe essere tornare ad avere un po’ più di cuore.
Perché possiamo avere tutto.
Possiamo apparire felici.
Possiamo possedere ciò che abbiamo sempre desiderato.
Ma se perdiamo la capacità di voler bene, di rispettare, di aiutare e di provare compassione per gli altri, allora avremo perso qualcosa che nessun denaro, nessun successo e nessun riconoscimento potranno mai restituirci. La nostra umanità.