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Referendum, "ricorso difficile": cosa filtra dal Fronte del No

di Brunella Bolloli domenica 8 febbraio 2026

4' di lettura

Alla fine, come al solito, un colloquio tra Giorgia Meloni e Sergio Mattarella ha risolto il giallo sulla data del voto del referendum. Malo scontro politico tra maggioranza e opposizione sul tema giustizia resta in primo piano. Soprattutto dopo che l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione ha accolto il ricorso di 15 giuristi del comitato dei “Volenterosi” che sostiene il No, come la maggior parte dei partiti del centrosinistra. L’obiettivo era allungare i tempi, far slittare il voto già fissato per il 22 e 23 marzo.

Per il governo però non se ne parla. «Non ci sono ragioni per uno slittamento, se ci saranno ricorsi vedremo», ha esordito la premier aprendo il Consiglio dei ministri convocato a sorpresa di sabato mattina, con ministri piuttosto spiazzati e seccati dall’ennesima “ingerenza” dei magistrati nella politica. Alcuni, se potessero, ripeterebbero la frase “incriminata” pronunciata dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, il quale ha attaccato frontalmente i giudici della Suprema Corte dicendo in pratica che la decisione della Cassazione di cambiare il quesito referendario conferma che la riforma della giustizia è una necessità.

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«Basta dare uno sguardo ai giudici della Corte che hanno deciso la riformulazione del quesito», ha affondato il colpo il meloniano, «tra questi, Alfredo Guardiano, che modererà un convegno sulle ragioni del No, e Donatella Ferranti, ex deputata Pd e presidente della commissione Giustizia fino al 2018». E ancora: «Serve altro per rendersi conto che non si può più attenere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando l’articolo 111 della Costituzione? Serve votare Sì al referendum». Inutile dire che contro le affermazioni di Bignami si è scatenata l’ira funesta di Pd, Avs e grillini. E lui, dopo il fuoco di fila dell’opposizione, ha rilanciato con un video su Fb: «Oggi (ieri, ndr) è davvero una bella giornata perché tanti esponenti del Partito democratico mi hanno attaccato, che di solito significa che ho detto delle cose giuste».

In verità, anche il presidente della Repubblica Mattarella, che ha comunque firmato il decreto, nel contempo ha invitato tutti «a rispettare la Cassazione e le sue decisioni». Sul contestato quesito la linea dell’esecutivo è la seguente: risolvere subito il nodo, non tergiversare. Ecco perché Meloni ha riunito subito la squadra. A Palazzo Chigi, in una riunione durata mezz’ora, oltre alla presidente del Consiglio ci sono il sottosegretario Alfredo Mantovano, i ministri Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida, Andrea Abodi, Eugenia Roccella. In cinque sono collegati dalla prefettura di Milano (Piantedosi, Nordio, Santanché, Giuli e Casellati), sempre da remoto, Tommaso Foti (da Piacenza), Luca Ciriani (da Pordenone), Adolfo Urso (da Bolzano). La premier non ha dubbi: precisiamo il quesito, come indicato dalla stessa ordinanza della Corte, senza però toccare la data del referendum che resta fissata per il 22 e 23 marzo.

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Mantovano è entrato nel merito dell’ordinanza spiegando di essersi confrontato con gli uffici e che è sufficiente correggere il testo del quesito, integrandolo con la specifica degli articoli della Costituzione interessati dalla riforma. È quindi la telefonata tra Meloni e Mattarella, che poche ore dopo firmerà il Dpr, a chiudere l’impasse. Dal Colle si fa sapere che la via intrapresa dal governo è «ineccepibile», tuttavia resta l’incognita di eventuali ricorsi da parte dei giuristi “volenterosi” anche se Carlo Guglielmi, portavoce del comitato dei 15, ha spiegato che la decisione del Cdm «non consente di usufruire del termine minimo di 50 giorni previsto dalla legge per la campagna referendaria, e non tiene conto della volontà dei 546.463 firmatari di essere correttamente informati». I giuristi volenterosi prendono quindi atto di tale decisione «che rappresenta una forzatura» e si riservano di spiegare «durante i prossimi incontri, per quali numerosissime ragioni sia opportuno votare No». La battaglia», ha concluso Guglielmi, «non deve essere sulla data, ma sull’esito referendario».

La polemica dunque non si placa. L’Anm ha tuonato contro «le dichiarazioni inaccettabili del presidente dell’Unione Camere penali e di alcuni soggetti politici lesive della immagine e del ruolo della Corte di cassazione, di cui l’Ufficio centrale è articolazione». L’Associazione nazionale magistrati si è scagliata non solo contro Bignami, ma anche contro Francesco Petrelli, presidente degli avvocati penalisti d’Italia, il quale aveva definito «un fatto grave e preoccupante che nell’elenco dei giudici che hanno assunto questa decisione compaiano magistrati che partecipano attivamente alle manifestazioni per il No o che hanno una storia pubblica chiaramente riconducibile a quelle posizioni».

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A difesa di Donatella Ferranti e Alfredo Guardiano si è schierato, invece, il primo presidente della Cassazione, Pasquale D’Ascola: «Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici», ha sentenziato, ma «non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale». Per la responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, certe affermazioni contro i magistrati vanno classificati nella categoria «prepotenze istituzionali», mentre per il suo collega dem, Federico Fornaro, vanno considerate alla stregua di «liste di proscrizione». Di tutt’altro avviso l’azzurro Maurizio Gasparri che ha già annunciato «un’ispezione sul magistrato Guardiano che minaccia querele contro l’onorevole Costa e si autocertifica imparziale dopo aver partecipato con altri togati ex Pd a opinabili decisioni sul referendum. Guardiano dimentica le sue dichiarazioni in chat, denigratorie verso Fi, verso Berlusconi e verso il centrodestra e le nostre proposte». 

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