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Rogoredo, l'assurdo procedimento contro l'agente che ha sparato

Ecco perché, a parere di chi scrive, l'iscrizione automatica nel registro degli indagati era inopportuna e tecnicamente sbagliata
di Bruno Ferraro mercoledì 11 febbraio 2026

2' di lettura

Scudo penale sì o no? Il problema non è questo ma, semmai, se debba procedersi o no nei confronti dei tutori dell’ordine per un qualsiasi incidente di percorso ed a prescindere dall’anticipata valutazione di potenziali profili di responsabilità. Si pensi alle speculazioni montate per la morte di Ramy e più di recente per l’uccisione, al buio e nel parco di Rogoredo, a Milano, di un malfattore che aveva impugnato una pistola, risultata solo dopo a salve e tutto identica ad una vera, dirigendola contro l’agente che ha reagito da una distanza non inferiore ai 20 metri.

L’iscrizione automatica nel registro degli indagati con accusa di omicidio volontario, a parere di chi scrive, era inopportuna, tecnicamente sbagliata, effettuata per eccesso: ha innescato la solita strumentalizzazione, avallato accuse immotivate verso le forze dell’ordine e costretto il malcapitato agente a munirsi di avvocato.

Pongo un quesito. Perché se sbaglia un magistrato risponde solo sul piano risarcitorio lo Stato e nel 99% dei casi mai il giudice, mentre se erra l’agente (e spesso neppure) deve finire nel tritacarne?

Eppure esiste una normativa chiara in tema di legittima difesa reale o putativa perfettamente consona al caso di specie. Ed ancora, in difetto, subentra la norma sull’uso legittimo di armi di cui all’art. 53 del codice penale. Nel 1969, un carabiniere che diretto alla caserma di un Comune del Molisano si trovò ad affrontare un energumeno che lanciando grida sovrumane e con un ramo tra i denti aveva terrorizzato la popolazione venendo scambiato per un lupo mannaro. L’invito a desistere non fu raccolto dal soggetto che affrontò il militare, lo sbatté a terra e con una pietra si accinse a sferrare un colpo potenzialmente letale. Il militare con la poca forza rimastagli estrasse la pistola ed uccise l’aggressore.

Era in vigore il codice Rocco con una legittima difesa più limitata rispetto all’attuale. Il Procuratore della Repubblica, grande magistrato, concluse in poco tempo chiedendo l’assoluzione per uso legittimo delle armi. Il Giudice Istruttore, antecedente del Gip attuale, prosciolse per legittima difesa, argomentando che poteva essere applicata la legittima difesa, valida per qualsiasi cittadino e non ristretta ai militari in divisa. I giornali dell’epoca nell’immediatezza si espressero e l’Unità titolò con un’inchiesta sui lupi mannari e con la frase «il solito carabiniere pistolero».

Ebbene il Giudice Istruttore ero io e il Pm, celebre a Roma per un processo di omicidio, si complimentò con il sottoscritto che scriveva la prima sentenza nel primo mese di servizio in magistratura! Altri tempi? Altra sensibilità? Altro approccio dell’opinione pubblica nei confronti della Giustizia? Lascio volentieri la scelta al lettore, rimarcando l’assurdità dei “processi“ in tv che non giovano alla Giustizia.

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