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Il PCI, la giustizia e la diversità sognata

Le lettere di Velardi e Testa sul referendum e il grosso errore che fanno a sinistra
di Francesco Damato venerdì 13 febbraio 2026

3' di lettura

«Non mi pento, ma non rimpiango», è il titolo che Claudio Velardi e Chicco Testa hanno deciso di dare al libro di raccolta delle lettere che si sono a lungo scambiate simpaticamente scrivendo sul Riformista della loro militanza comunista, negli anni del Pci. Una formula di compromesso né pentimento né rimpianto - che se non è storico, come quello pensato da Enrico Berlinguer quando si era proposto un accordo con la Dc realizzato poi solo a metà, con i comunisti non partecipi ma sostenitori dall’esterno di due governi monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti; una formula di compromesso, dicevo tipico della politica.

E anche di un modo di vivere, essendo « stata la militanza comunista per molti, penso anche per gli allora adolescenti Claudio e Chicco, che ora hanno, rispettivamente, 71 e 74 anni, assorbente, totale, persino prevalente su vincoli e sentimenti familiari o, più in generale, affettivi. Una militanza così fortemente e moralmente sentita da essere tradotta da Berlinguerreduce dalla delusione della partecipazione alla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, costata peraltro la vita anche ad Aldo Moro, che ne era stato un po’ il regista nella Dc - in una orgogliosa “diversità”.
Sfociata, a sua volta, nella famosa “questione morale” sollevata dallo stesso Berlinguer nella celebre intervista fattagli da Eugenio Scalfari nell’estate del 1981.

Una diversità che poteva persino esonerare i comunisti dalla coerenza nella pratica della “linea della doppiezza” adottata, del resto, a suo tempo già da Palmiro Togliatti, “il migliore” come di lui dicevano i militanti e come alla fine scrivevano, ma per sfotterlo e attaccarlo, gli avversari.

Gli inconvenienti della militanza comunista da “non rimpiangere”, come dicono Claudio e Chicco, sono stati superati, credo, da quelli della militanza post-comunista, se la si può chiamare così, sopraggiunta al crollo del muro di Berlino e all’evoluzione – o involuzione - dell’ormai ex Pci in altri titoli, altri simboli, altri partiti. Al post-comunismo, nell’ultima delle lettere scambiate con l’amico Testa qualche giorno fa sul Riformista che dirige con gradevolissima arguzia, Velardi ha contestato «la scellerata campagna per il No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: l’ultimo atto di sottomissione della politica al potere giudiziario, la firma in calce alla rinuncia definitiva di ogni garantismo».

L’errore però che temo compia Velardi è di addebitare l’involuzione giudiziaria, diciamo così, dei suoi ex compagni alla fase successiva al Pci. No, caro Claudio, già prima della caduta del muro di Berlino e del salto in groppa al cavallo del giustizialismo manettaro per liberarsi negli anni di “Mani pulite” degli avversari, a cominciare dai “traditori” socialisti guidati da Bettino Craxi, il Pci si era compromesso. Nel 1987, per esempio, consapevole dell’impopolarità e della indifendibilità della magistratura per il caso Tortora, esso non contrastò sino in fondo il referendum dei socialisti e radicali per la responsabilità civile delle toghe, finendo per associarsi al sì all’abrogazione delle norme che la precludevano.

Ma il Pci lo fece stipulando in segreto un accordo con la Dc, realizzato poi in pochi mesi fra le proteste del solo Pannella, e il silenzio purtroppo di Craxi, per disciplinare quella responsabilità con una legge che la rendeva sostanzialmente impraticabile. E – con 872 cause negli ultimi cinque anni, 375 sentenze e 15 condanne - fa tuttora della magistratura italiana un unicum di sostanziale irresponsabilità, non solo indipendente a autonoma, come dice la Costituzione, da ogni altro potere, ma superiore.

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