La campagna referendaria è entrata nella fase decisiva, il fronte del No, a corto di argomenti su una riforma che la sinistra aveva presentato più volte nel corso della storia recente come una trasformazione virtuosa del sistema giudiziario, ha puntato tutto sul voto contro il governo, con un tasso di virulenza e menzogna incredibile.
Giorgia Meloni ieri a Milano ha ripercorso con pazienza e metodo i cardini della riforma e ha ribadito che l’obiettivo è quello di liberare i magistrati dalla trappola delle correnti, dal controllo della politica, da una cultura giuridica corrotta dall’ideologia. La novità nel discorso di Meloni riguarda la composizione del Consiglio superiore della magistratura e il rapporto con il Parlamento: «Io penso che la legge attuativa della riforma debba prevedere un periodo di decantazione, cioè qualche anno deve passare perché chi è stato in politica possa aspirare ad entrare nei membri laici del Csm». La premier ha elencato i nomi degli ultimi vicepresidenti del Csm e ha chiosato: «Virginio Rognoni, Nicola Mancino, Michele Vietti, Giovanni Legnini, Davide Ermini, tutte persone degnissime, ma vi sembra che fossero estranee alla politica?».
Non lo erano, come non lo sono i laici del Csm in carica. Il passaggio è significativo perché anticipa - se la riforma verrà approvata dagli elettori - uno degli elementi dei futuri decreti attuativi. Non si separano solo le carriere dei magistrati, la «decantazione» per chi ha rivestito cariche politiche crea una salutare distanza tra l’inevitabile spirito partigiano dei protagonisti della lotta politica e il Csm, l’organo di autogoverno della magistratura, il cuore del sistema. La riforma lo sdoppia, ne rafforza l’indipendenza con il sorteggio e, con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, lo sottrae alla prassi del «todos caballeros» anche quando si è in presenza di «villanos». Chi è in gamba, fa carriera. Chi è indipendente, non è escluso. Chi sbaglia, paga. Sono sani principi che meritano di essere trasformati in legge dello Stato votando Sì.