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Toghe rosse pronte allo sciopero: guerra al governo Meloni

di Fausto Carioti giovedì 6 agosto 2026

3' di lettura

C’è un nuovo scontro tra governo e toghe sul riassetto della giustizia. La posta in gioco è la riforma della Corte dei conti. Negli ultimi giorni del 2025 il parlamento ha approvato la legge delega che ne disegna i contorni e martedì il governo ha varato il decreto legislativo che riorganizza la magistratura contabile. In risposta, l’Associazione magistrati della Corte dei conti (Amcc) minaccia di scioperare in autunno. Al suo fianco si sono schierate l’Anm e la Cgil. Eppure i vertici della magistratura contabile hanno contribuito a scrivere il testo delle norme. L’associazione che li rappresenta lamenta di essere stata informata solo all’ultimo, ma è col presidente della Corte, Guido Carlino, che dovrebbe prendersela: è stato lui, raccontano a Palazzo Chigi, a non volere che l’Amcc fosse coinvolta. La riforma, tra le altre cose, riduce i presidenti di sezione da cento a settantacinque e le sezioni centrali da dieci a cinque. Rafforza i poteri del procuratore generale, che potrà accedere agli atti delle procure regionali e avocare i fascicoli. Introduce inoltre il divieto di passaggio diretto dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti.

Tutto questo, secondo il presidente dell’Amcc, Donato Centrone, «incide sull’esercizio delle funzioni e rischia di minare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura». La sua associazione lamenta di avere ricevuto il testo delle norme solo nelle ultime ore e chiede di fermare tutto: ha già proclamato lo stato di agitazione e si dice pronta allo sciopero. Si è mobilitata anche l’Anm, che rappresenta la magistratura ordinaria: ieri ha espresso «piena vicinanza ai colleghi» per la «ennesima forzatura del governo che continua a evitare ogni dialogo con la magistratura». Sostiene che la riforma «mette a rischio autonomia e indipendenza della magistratura contabile» e dunque «è pericolosa per la tutela dei diritti dei cittadini». Sulla stessa linea la Cgil.

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Da Palazzo Chigi replicano che il dialogo c’è stato eccome, e forniscono una ricostruzione molto diversa. Il decreto, infatti, è il risultato di numerose riunioni del tavolo tecnico voluto dal governo, al quale ha partecipato una delegazione della Corte dei conti designata da Carlino e guidata dal procuratore generale della Corte, Pio Silvestri. Questa delegazione, spiegano alla presidenza del Consiglio, «ha dato un significativo apporto tecnico per la costruzione dello schema di decreto», e il suo punto di vista è «rispecchiato dalla larga maggioranza delle norme che lo compongono». Insomma, il cuore della riforma è stato scritto insieme ai vertici della magistratura contabile. Il che rende incomprensibili i proclami di rivolta. Quanto all’accusa dell’Associazione magistrati della Corte di aver potuto prendere visione del testo solo alla fine, a Palazzo Chigi la giudicano «molto scorretta» e raccontano che il problema è tutto interno alle toghe contabili.

All’inizio del processo legislativo il sottosegretario Alfredo Mantovano aveva ricevuto i vertici dell’Amcc, che avevano chiesto di partecipare al confronto. Per questo il governo aveva offerto in due occasioni - durante i lavori parlamentari sulla legge e all’inizio della stesura del decreto legislativo - di allargare il tavolo a Centrone e alla sua associazione. In entrambi i casi, però, Carlino aveva chiesto di non farlo. «Io e i vertici della Corte», era stato il succo del suo discorso, «rappresentiamo tutti. Saremmo disturbati se ci fosse anche l’associazione». Il presidente della Corte si era comunque impegnato a riferire e a confrontarsi con l’Amcc. Così Mantovano aveva risposto a Centrone e ai suoi che da parte del governo non c’era alcun problema a farli partecipare, purché si mettessero d’accordo con Carlino. Ora, osservano le stesse fonti, «se hanno contrasti al loro interno devono vedersela tra di loro, non possono scaricarli sul governo».

C’è un altro dettaglio che rende la vicenda ancora più singolare. Nello stesso consiglio dei ministri che ha approvato il decreto, il governo ha dato parere favorevole alle promozioni di dieci magistrati a presidente di sezione. Nomine che il Consiglio di presidenza della Corte aveva deciso di fare cinque giorni dopo l’entrata in vigore della legge delega, che prevede la riduzione dei ruoli apicali. Il governo le ha tenute ferme per mesi, chiedendo spiegazioni. Ne è nato uno scontro istituzionale sotterraneo: due lettere di Mantovano a Carlino, un tentativo di conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale bocciato per un voto nel plenum del Consiglio di presidenza e altro ancora. La scelta di sbloccare quelle promozioni così irrituali nella stessa seduta in cui si è varata la riforma equivale a porgere un ramoscello d’ulivo. Che le toghe contabili, però, non hanno raccolto.

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