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Ranucci, "l'intervista scritta da Lavitola"

di Giacomo Amadori venerdì 25 settembre 2026

5' di lettura

Per giorni l’imprenditore africano Benjamin Chimutengo ha rilasciato dichiarazioni e mandato messaggi al suo ex socio Valter Lavitola. Ha annunciato querele anche in Italia, contro la Rai e contro Sigfrido Ranucci per un’intervista rilasciata da quest’ultimo in Zimbabwe (di cui parleremo tra poco).

Ma sottotraccia, da circa un mese, i suoi avvocati e quelli del faccendiere salernitano stanno lavorando a un accordo tombale che chiuda tutti i procedimenti civili avviati in terra d’Africa. I legali di Chimutengo hanno spedito l’ultima versione dell’atto di transazione ai difensori di Lavitola e sono in attesa di ricevere il documento controfirmato.

L’accordo, di tre pagine, tra Future awaits holding limited (la società nata nel 2022 per operare nel mercato dei carbon credit e di cui Lavitola e Chimutengo erano soci) riassume i motivi della contesa tra Ben», il direttore esecutivo della ditta, e Valter: «L’investitore (Lavitola, ndr) avrebbe dovuto apportare capitale in contanti pari a 20 milioni di dollari statunitensi quale corrispettivo per il 90% della partecipazione azionaria nella società». Ma ciò non è accaduto. Il motivo? Il socio italiano non ha superato le verifiche antiriciclaggio dello Zimbabwe «a causa di un precedente penale e della mancata dimostrazione alle autorità dell’origine dei fondi e del possesso dei requisiti di persona idonea e corretta» in base alla normativa del Paese africano. Tale mancato superamento della due diligence «ha comportato il mancato versamento» dei 20 milioni.

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Per questo le autorità di regolamentazione zimbabwesi avrebbero ordinato la ristrutturazione della società. Le parti, «per risolvere amichevolmente le irregolarità rilevate dalle autorità nella titolarità delle partecipazioni azionarie della Società», avrebbero messo a punto l’atto di transazione che è stato sottoposto alla valutazione dei legali di Lavitola.

Nel documento, visionato da Libero, viene stabilito che la Future awaits «ristruttura la propria compagine azionaria rimuovendo l’investitore quale azionista della società»; che «la società richiama le proprie azioni che l’investitore aveva sottoscritto e che gli erano state assegnate»; infine che «l’investitore, non avendo pagato le azioni al momento della sottoscrizione e dell’assegnazione, non avrà diritto ad alcun risarcimento da parte della società».

Insomma Lavitola perderebbe tutto quello che aveva costruito in Zimbabwe, ma chiuderebbe i procedimenti civili in corso. Nel carteggio tra legali compare anche una dichiarazione di Chimutengo con cui lo stesso afferma di ritirare e revocare la denuncia penale presentata presso la Zimbabwe Republic Police, Commercial crimes division (procedimento numero 124/25).

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Ma il manager, che accusa Lavitola & c. di aver ordito un attentato ai suoi danni, ci spiega che non la firmerà: «Tariro (l’avvocato di Lavitola, Tariro Martha Shoko, ndr) deve rivelare l’identità dell’agente di polizia che ha chiesto 30.000 dollari e spiegare i pagamenti ricevuti da Fabio Mazzoni, dato che quest’ultimo ha affermato di non essere coinvolto in alcuna attività in Zimbabwe. La mia vita è ancora in pericolo finché Gomes (Clesio Tavares, per la Procura di Roma uno dei registi dell’attentato a Ranucci, ndr) non verrà arrestato; conoscendo Valter, stando a ciò che leggo, è capace di organizzare qualsiasi cosa in qualsiasi luogo».

Quindi ci fa una rivelazione: «È in corso un ulteriore procedimento separato per una presunta falsificazione. Tariro e alcuni avvocati hanno falsificato la firma di Valter Lavitola e hanno sostenuto che si trovasse ad Harare il 30 marzo 2026. Ho presentato una denuncia per «falsificazione con il tentativo di ostacolare il corso della giustizia». Valter non è mai stato in Zimbabwe il 30 marzo, ma l’ufficiale di polizia sostiene di non poter recuperare i dati sugli ingressi di Valter, il che ha aumentato i miei sospetti su possibili interferenze della Polizia nelle indagini».

Chimutengo non intende rinunciare nemmeno alle cause che ha annunciato di voler avviare per l’intervista rilasciata da Ranucci in Zimbabwe il 5 luglio 2026: «Non intendo lasciare cadere nulla» è l’agguerrito annuncio. Nel colloquio finito sul giornale dello Zimbabwe, Chimutengo sarebbe stato chiamato in causa pur senza essere citato per nome.

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Ma anche su tale intervista non mancano i punti da chiarire. Infatti, l’ex compagna di Lavitola, Natalia Potenza ha raccontato in Procura al pm Edoardo De Santis la genesi dell’intervista, sostanzialmente con queste parole: «L’ha scritta Lavitola, che poi l’ha inviata a Ranucci».

Il faccendiere l’avrebbe scritta al cellulare, di getto, mentre era a letto. La Potenza ha consegnato agli inquirenti il messaggio che l’ex compagno le ha inviato il 23 giugno via Whatsapp. Dallo screenshot della chat si evince che non si tratta di un messaggio inoltrato, un dettaglio che porta a pensare che a scriverlo sia stato il mittente, confermando quanto dichiarato dalla testimone agli inquirenti.

L’ex compagna ha raccontato che, dopo averla ricevuta, ha dovuto incollare la bozza dell’intervista su un file di Word e spedirla dal suo indirizzo mail a quello del convivente che, a sua volta, l’ha inoltrata a Ranucci. Quest’ultimo, cinque giorni dopo, l’ha rimandata a Lavitola corretta (il testo ha subito molte modifiche) e, a questo punto, il faccendiere l’ha inoltrata al giornalista dello Standard (settimanale economico dello Zimbabwe) Kenneth Nyangani. Bersaglio dell’articolo un «misterioso» imprenditore africano sospettato di corruzione.

Nella prima versione il cronista di Harare sostiene di aver saputo da fonti diplomatiche che Report si appresterebbe a «realizzare un’inchiesta giornalistica sulla corruzione nello Zimbabwe e in altri Paesi dell’area» e che un gruppo di investitori internazionali «avrebbe deciso di abbandonare il Paese».

Dal testo si capisce, seppur in modo sfumato, che il motivo del disimpegno sarebbe un «partner locale» (Chimutengo, anche se i nomi, come detto, non vengono fatti in modo esplicito), «titolare di una quota minoritaria», il quale «avrebbe inviato messaggi qualificandosi come uomo vicino al Presidente della Repubblica, mentre sarebbero state avviate azioni legali considerate inizialmente prive di concrete possibilità di successo». In questo modo «si sarebbe generato il timore che il controllo di importanti concessioni potesse passare a soggetti minoritari, portando al ritiro degli investitori internazionali». L’intervista che sarebbe stata preparata da Lavitola ha toni quasi democristiani e solo alla fine l’intervistatore (e non Ranucci) commenta: «Se dovesse emergere che un singolo individuo può tentare di appropriarsi di iniziative imprenditoriali private qualificandosi come rappresentante delle istituzioni senza conseguenze, si tratterebbe di una questione estremamente grave». Quindi auspica un rafforzamento della «lotta contro la corruzione».

La versione inviata da Ranucci dalla sua mail è molto più diretta. Nell’incipit si fa riferimento a una vera e propria truffa e in una delle risposte dell’ex conduttore di Report si legge: «Ho avuto modo di confrontarmi informalmente con un alto funzionario dell’ambasciata. La sua opinione è che la persona che sostiene di agire per conto del Presidente sia in realtà un impostore. Ma anche questa eventualità sarebbe grave, un precedente pericoloso. Va ricordato che ombre e accuse serie erano già emerse nel documentario Gold Mafia di Al Jazeera, senza ricevere l’attenzione internazionale che avrebbero meritato». Sul giornale c’è un’aggiunta: «Per questo motivo mi sto interessando a questa vicenda». Anche altre risposte pubblicate dallo Standard non sono del tutto uguali a quelle inviate da Ranucci a Lavitola. Chi le ha ritoccate? E perché? Adesso gli inquirenti dovranno capire come sia nata questa intervista e il motivo autentico per cui sia stata realizzata.

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