Si racconta che gli avvocati di Alberto Stasi non abbiano creduto ai loro occhi. Che, quando gli è stato detto che un documento scientifico, inoppugnabile smontava la “prova regina” contro Stasi ma era stato fatto sparire dall’indagine sulla morte di Chiara Poggi, si sono detti: impossibile.
Dell’accanimento che nel 2007 aveva fatto del fidanzato della vittima il bersaglio unico dell’indagine sul delitto di Garlasco avevano trovato, strada facendo, numerose tracce.
Che però si fosse arrivati sino a quel punto superava l’immaginabile. Perché a venire smentita dal documento sparito era proprio la prova che aveva portato gli inquirenti a sbattere Stasi in galera, dopo un surreale interrogatorio: la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici, rinfacciata al “biondino dagli occhi di ghiaccio” dal pm Rosa Muscio, col povero Stasi che non sa che rispondere, cerca di spiegare l’inspiegabile. E la Procura lo arresta.
Il sangue su quei pedali non c’era mai stato. E neanche il Dna. I carabinieri del Ris il 19 settembre 2007 scrivono che è Dna di Chiara “oltre ogni ragionevole dubbio”. Il giorno dopo scoprono che si sono sbagliati, di Dna non c’è traccia. Ma lo tengono per sé. Il secondo esame non finisce nel fascicolo del pm, non entra in nessuno degli interminabili processi che segnano prima l’assoluzione e poi la condanna di Stasi. All’intera storia del caso Garlasco manca un pezzo cruciale.
Per questo Giada Bocellari, quando i suoi consulenti scoprono la seconda analisi, passa un mese a rileggere tutti gli atti del processo: è incredula, da qualche parte la carta deve esserci. Invece non c’è. Per dare un senso alla faccenda non basta rifarsi al clima di Garlasco nell’estate di 19 anni fa, alla pressione mediatica per la soluzione del caso, al pregiudizio che tanti - investigatori, inquirenti, giornalisti - nutrivano verso Stasi. Era il colpevole perfetto. Facile, sottomano, passabilmente antipatico. E in qualche modo tranquillizzante, perché risparmiava a tutti la fatica di cercare altrove un assassino senza volto. È indubbio che una lunga serie di sciatterie compiute nelle indagini di allora e nello spin off del 2016, con la prima indagine su Sempio, nascano dalla convinzione che la verità fosse già sottomano.
Ma la storia della controanalisi sparita va oltre, non è uno dei tanti errori che trovano spiegazione nella furia quasi agonistica che a volte muove le indagini. È una macchia che insieme ai suoi autori incrimina il sistema che può produrre danni del genere. Non è un caso senza precedenti: anche nel processo all’Eni vennero, con altrettanta disinvoltura, fatte sparire prove cruciali a discarica. Ma i capi dell’Eni avevano le spalle larghe e se la cavarono lo stesso. Stasi invece finì in carcere. E la falsa analisi dei Ris sopravvisse incolume a tutti i gradi di giudizio, fino a venire scolpita come elemento certo (“abbondante materiale cellulare”) nella sentenza della Cassazione che nel 2016 rese definitiva la condanna dell’ex bocconiano.
Stasi ha scontato per intero la sua condanna, e dalla nuova indagine si aspetta solo un risarcimento materiale e morale. Finora la Procura generale di Milano, dopo oltre quattro mesi di letture e di riflessioni, non ha ancora deciso se avviare l’iter per la richiesta di revisione di una condanna la cui infondatezza appare sempre più evidente: cautela doverosa, perché il processo di revisione deve basarsi su elementi nuovi, e non su una rilettura dei vecchi. Ma ora fa irruzione sulla scena l’incredibile vicenda dell’analisi imboscata dai Ris, che non è solo un fatto nuovo, è la prova che la condanna venne emessa sulla base di atti falsi. Facile prevedere che sarà la Procura generale, a questo punto, a accelerare l’iter, e a farsi promotrice - forse battendo sul tempo anche la difesa di Stasi - dell’avvio dell’iter di revisione.
È una svolta provvidenziale, perché se la cancellazione della condanna di Stasi arrivasse in tempi (una volta tanto) ragionevoli consentirebbe di affrontare in modo più lineare il passaggio successivo del caso Garlasco: il processo al presunto colpevole-bis, Andrea Sempio. La presenza di Stasi sulla scena del crimine, certificata finora dalle sentenze, impediva di collocarvi anche Sempio.
Ora la scena sta per svuotarsi. Ma per collocarvi Sempio con certezza servirà ben più di quanto noto finora. Nel vasto materiale raccolto nei mesi scorsi dalla Procura di Pavia, e ancora per qualche ora coperto da segreto, è presente la “pistola fumante” che inchioda il nuovo indagato? Gli inquirenti dicono che qualcosa di nuovo c’è. Staremo a vedere.