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Confessa il delitto dell'Amiata

"Volevo rubare, sono povero"
di Albina Perri sabato 8 novembre 2008

3' di lettura

Tradito da un'impronta e da una sigaretta fumata sul luogo del delitto, come nel più classico dei film gialli. Aveva difficoltà ad arrivare alla fine del mese con l'unico stipendio di casa. Per questo Aldo, 27 anni, professione cuoco, aveva deciso di «risolvere i problemi» con un furto. I problemi, però, si sono moltiplicati: ha perso la testa, ha avuto paura di essere denunciato, e Silvana Abate, 72 anni, è morta con dieci coltellate, quella mortale alla gola. Il "giallo dell'Amiata" è stato svelato del suo stesso protagonista, che stamattina in lacrime ha confessato tutto davanti al pm. «Una tragedia figlia della nuova povertà», ha commentato il titolare delle indagini. Aldo Staiani, nato a Carmiano (Lecce) e residente ad Arcidosso, un lavoro come cuoco in un convitto di studenti, è stato fermato ieri, a quattro mesi dal delitto. Il difensore ha spiegato che «l'idea del furto nasce dall'abituale difficoltà di arrivare a fine mese del mio cliente, incensurato, sposato, con un figlio di due anni e mezzo, un altro in arrivo. Una famiglia monoreddito, un stipendio di poco più di mille euro di cui oltre 400 se ne andavano per l'affitto. A volte venivano aiutati dalla famiglia di lui. Una famiglia normale, perbene, anche in paese sono increduli. Ha pensato di risolvere i suoi problemi con un colpo che sembrava semplice».  Silvana Abate, vedova, era conosciuta in paese come persona benestante: aveva commerciato in pellicce. Staiani conosceva già la sua casa: ci era stato a gennaio per un affitto di locali. Pensava di agire indisturbato: il 9 luglio aveva chiamato l'anziana, con la scusa di vedere la casa che la donna voleva vendere. Silvana avrebbe rimandato l'appuntamento perchè si doveva allontanare per qualche giorno. Ma nel tardo pomeriggio del 10 luglio, quando è andato alla villa a rubare, è stato scoperto in giardino dall'anziana che rincasava. Lei, spiega l'avvocato, «si è messa a urlare dicendo che lo aveva riconosciuto e lo avrebbe denunciato. Lui l'ha implorata di perdonarlo e lasciarlo andare. Lei però ha preso il cellulare per chiamare i carabinieri, lui le ha bloccato un braccio, la donna lo ha morso. Staiani non ha capito più nulla, pensava a quello che sarebbe successo, alla sua famiglia». Così l'ha colpita, «con un temperino o poco più che gli serviva per entrare nella villa», prima fuori poi ancora all'interno della casa dove l'aveva trascinata. Ha arraffato il cellulare e altri oggetti, poi ha buttato tutto via, arma compresa in un cassonetto. A tradirlo è stata proprio la chiamata del 9 luglio, fatta dalla stessa cabina da dove, poco prima, aveva telefonato alla moglie. Così i militari, esaminando i tabulati di casa Abate, sono arrivati a lui, l'hanno sentito ad agosto scorso, gli hanno preso le impronte. Il confronto con quella insanguinata repertata ha dato esito positivo. Idem l'esame del Dna: un mozzicone di sigaretta di Staiani recuperato dai militari ha consentito la comparazione. Omicidio volontario aggravato anche per il numero dei colpi inferti l'accusa per la quale ora è in carcere su misura cautelare. La difesa pensa al giudizio abbreviato.

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