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Pizza nata già a fine '800? Balle: la scoperta che riscrive la storia

Aristide Malnati

Sui deschi imbanditi (le famose “mensae”) degli antichi romani mancava la pizza, o qualcosa che la ricordasse. Questa lacuna è stata finalmente colmata: in un affresco di una casa patrizia della “Regio IX” di Pompei è raffigurata una sorta di focaccia tonda, guarnita di una misticanza di frutta e verdure e condita con spezie varie ad iniziare dal “moretum”, tipo di pesto di color ocra, che insaporiva fortemente le pietanze. «Pompei non finisce mai di stupire, è uno scrigno che rivela sempre nuovi tesori», ha detto il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei, «si tratta dalla più completa raffigurazione di focaccia piatta e rotonda che faceva da base a verdure, ma anche a formaggi, e che spesso costituiva il pranzo per gli abitanti del tempo».

LO SCHIAVETTO
Una testimonianza che completa la già ampia conoscenza sulle abitudini alimentari dei “cives” dell’Urbe “caput mundi” e sugli usi, per non dire stravaganze che palesavano quando consumavano banchetti abbondanti, spesso senza limiti. Come non partire, se si pensa a esempi di colossali abbuffate in riva al Tevere, dalla Cena Trimalchionis, consumata nell’ampio salone con triclini della villa patrizia di tale Trimalcione ex-schiavo, poi liberto affrancato ed erede di una smisurata fortuna, personaggio-caricatura immaginato da Petronio nel suo Satyricon (capitoli 26-80). Un susseguirsi di portate di ogni tipo: soprattutto pesci e cacciagione, dai fagiani ai cinghiali, con addirittura un maialino servito con uno schiavo nascosto nel ventre che si materializza con grande sorpresa e commenti volgari da parte degli astanti, per lo più rozzi parvenu arricchiti. Un crescendo di vivande impreziosite da spezie esotiche, costosissime in quanto provenienti dalla lontana India; un ininterrotto succedersi di portate innaffiate da vini corposi (ad iniziare dal Falerno) che solo i super ricchi potevano permettersi: uno schiavetto subì pene corporali perché reo di aver fatto cadere un’anfora disperdendone il prezioso contenuto alcolico.

 

Sicuramente, la Cena di Trimalchione, è parodia dell’eccesso a tavola (il “luxus mensae”) riservato a pochi: ma non è una descrizione così esagerata. Su pareti di templi, di edifici pubblici e di ambienti funerari in tutto l'Impero romano sono affrescate scene di convivi disinibiti: abbienti senatori o cavalieri vengono raffigurati stravaccati su triclini, coperti da tuniche sottili, mentre, abbracciati a fanciulle in succinte trasparenze, assaggiano frutti di ogni tipo (dall'uva al melograno, dalle mele, frutto erotico per eccellenza, alla guava, simile alla pera, ma ancora più dolce, diffuso nelle oasi egiziane). Proprio in Egitto, nell’Arsinoite (oggi oasi del Fayum a 70 km a sud ovest del Cairo), sono emersi affreschi di epoca romana con facoltosi politici e disinibiti commensali abbandonati alle gioie del banchetto.

Sono però stati rinvenuti anche documenti su papiro, liste della spesa ai mercati, che ci danno uno spaccato di cosa si mangiasse nell’Egitto dell’epoca, non senza una certa sorpresa. Scopriamo che erano in molti, tra i sudditi, a nutrirsi di verdure fresche, di frutta di stagione, di formaggi stagionati, ma anche leggeri e, invece non così spesso, di pesci, di carni o, ancor più raramente, di insaccati (Catone, nel De agri cultura, composto attorno al 160 a. C., dedica interi capitoli a illustrare su come i prosciutti si conservassero in cantine sotto abbondanti strati di sale). Insomma un regime alimentare più morigerato, quello degli schiavi e dei cittadini non abbienti.

LE ABBUFFATE
Abitudini diverse da chi invece si vantava nel raccontare le abbuffate nelle ville delle élites: alcuni cocci di terracotta, gli òstraka, riportano gli inviti a esclusivi party di politici romani di stanza in Egitto; quasi una testimonianza di un “io c’ero” ante litteram, proprio come oggi i post su Instagram delle serate giuste al Billionaire o al Twiga. Banchetti che dal I sec. d. C. si orientarono sulle ricette di Apicio, primo chef stellato della storia, che nel De re coquinaria teorizza la dosata alternanza di alimenti dalle proprietà diverse e il costante impiego di condimenti naturali, ad iniziare dal Garum, una salsa maleodorante ma sana ricavata dalle viscere del pesce marcio. I ricconi più esibizionisti, non schiavi della linea, invece continuarono a imitare Lucullo (I sec. a. C.), politico e militare che usò la sua grande fortuna per darsi allo sfarzo più totale: offriva pranzi faraonici (i pranzi luculliani) con portate di pesce che allevava lui e con enormi vassoi di ciliegie (che importò dal Ponto) e di albicocche (dall’Asia Minore).