Apri una porta misteriosa, fai pochi passi in un corridoio stretto e buio che sembra un cunicolo, entri in un’altra porticina in legno e oplà, magicamente - anzi miracolosamente -, ti ritrovi su un balcone laterale all’interno della chiesa San Giovanni Battista. «Venga, mi segua: questo è il mio rifugio. Dopo una giornata di incontri, chiacchiere ed emozioni forti qui ogni sera ritrovo me stesso e la pace». È passata da poco l’1 di notte e don Cesare Micheletti, parroco di Stezzano, paese di 14mila abitanti in provincia di Bergamo, mostra con orgoglio il suo “piccolo paradiso” sospeso a fianco della navata centrale, ancora illuminata ma immersa nel silenzio. «È un posto incantevole e ci arrivo direttamente dall’appartamento: quando la chiesa è chiusa, venire qui è il modo migliore per stare con il buon Dio prima di andare a dormire». Già, un momento di meritata pace perché la giornata di un prevosto, in particolar modo in provincia, è impegnativa, frenetica, fatta di responsabilità, viaggi, telefonate e sempre a servizio degli altri. Fin dalla mattina presto e noi, per un giorno, proviamo a viverla a fianco di don Cesare. «Parroco, posso essere confessata?», sussurra una signora quando, alle 7, lui entra in chiesa per la prima messa («Oggi è il mio turno di apertura, ma comunque ogni giorno mi sveglio alle 6 per la preghiera personale»). Poi la funzione davanti a una trentina di parrocchiani, altre confessioni e un caffè con le fedeli più affezionate. «È importante essere sempre disponibile con tutti, in qualsiasi momento e soprattutto la sera quando le persone finiscono di lavorare. La gente va dal prete quando ha dei problemi o qualche sofferenza e bisogna essere un po’ psicologi, in certi casi», racconta don Cesare rientrando in casa dove, ad accoglierlo, c’è la segretaria (è stipendiata dalla parrocchia e gestisce l’ufficio che è aperto tutti i giorni): «Sono arrivate delle mail, gliele ho stampate e messe sul tavolo».
VITTO, ALLOGGIO E SPESE
Don Micheletti, 60 anni, è a capo della comunità religiosa di Stezzano - è anche rettore del “Santuario della Madonna dei Campi” e vicario territoriale - dall’ottobre 2021 e gestisce altri cinque preti («Ognuno dei quali ha un suo compito specifico»). Vive nella casa parrocchiale («A pian terreno ci sono gli spazi comuni, io abito al primo piano: una stanza, un bagno e uno studio») e, come tutti i parroci, ha uno stipendio molto basso. «Dipende dall’anzianità, io prendo 1200 euro al mese. Non ho un affitto da pagare, vero, ma il resto è tutto a carico mio, dal cibo agli abiti, dal computer all’auto. E quando, fino a cinque anni fa, ero parroco di Brembilla, un paesino di montagna con tre parrocchie distanti tra loro, spendevo anche 300 euro al mese di benzina per gli spostamenti e percorrevo 30mila km l’anno. La perpetua? Esisteva fino agli Anni ’70, ora bisogna arrangiarsi: per lavare e stirare mi aiuta mia sorella». Don Cesare, pur essendo coadiuvato dagli altri sacerdoti, è di fatto responsabile di tutto ciò che fa capo alla sua parrocchia: la chiesa, il santuario, l’oratorio, il cinema. E, ovviamente, deve gestire anche le finanze. «Qui, per fortuna, c’è un consiglio affari economici che mi aiuta nella parte amministrativa: questo mi permette di avere più tempo per fare il prete vero e stare tra la gente», spiega con un sorriso proprio nel momento in cui qualcuno suona il campanello. Pochi minuti e il parroco riappare. «Era don Costantino, un sacerdote di Stezzano che vive a Roma. È passato a trovarmi ma gli ho detto di tornare domani perché adesso, alle 10, c’è la riunione del lunedì». Sì, l’incontro con gli altri preti che apre la settimana, un modo per aggiornarsi sulle varie attività, organizzare gli eventi futuri e i turni dei sette giorni successivi. Eccoli, arrivare uno dopo l’altro: don Matia (si occupa della parte caritativa e del primo ascolto), don Flavio (appartiene all’Ufficio per il Primo Annuncio della curia di Bergamo), don Manuel (insegna religione alle scuole elementari), don Davide (è direttore dell’oratorio) e, infine, il decano: don Tobia, classe 1929, ovviamente in pensione.
L’incontro si apre con una lunga preghiera recitata in gruppo, poi vengono toccati tutti i punti più importanti delle attività parrocchiali: dall’organizzazione dei campi estivi dell’oratorio («Si sono già presentati moltissimi adolescenti che vorrebbero affiancare gli educatori») alle iscrizioni per il pellegrinaggio di Fatima e Santiago del prossimo agosto, dai lavori al santuario («Gli stezzanesi sono stati molto generosi: in un anno per i restauri abbiamo raccolto 80 mila euro di beneficenza, più altri 50 mila con le buste offerta di Natale») all’aiuto ai clochard, dall’assistenza ai malati all’allestimento della chiesa per la Quaresima, dalla “Giornata della vita” alla beatificazione di suor Maria Ignazia Isacchi («Era di qui e le è stato riconosciuto un miracolo del 1950»). Infine, c’è da compilare la griglia delle messe che durante la settimana - tra chiesa parrocchiale e santuario sono cinque al giorno, mentre la domenica diventano sette: «Ne celebriamo una a testa e, contrariamente a quanto qualcuno potrebbe pensare, quella delle 7.30 è una delle più ambite perché tanto ci svegliamo tutti molto presto. La più faticosa? Quella serale della domenica perché si arriva stanchi». Il tempo, intanto, se ne va veloce ed è già ora di mangiare: la lunga tavola della riunione alle 12.30, in un attimo, si trasforma in accogliente desco. «A pranzo, impegni permettendo, stiamo sempre tutti insieme racconta don Cesare - abbiamo una cassa comune per la spesa e a cucinare è Anna, una volontaria che poi ci aiuta a riordinare tutto. La sera, invece, ci arrangiamo da soli, ma solitamente siamo solo due o tre». A fine pranzo squilla il telefono fisso, tutti si fermano e si guardano: «A quest’ora i casi sono due: o chiamano per le pubblicità oppure sono quelli delle pompe funebri».
FUNERALI E SANTUARIO
Già, i funerali. Sono la più grande variabile nella settimana di don Cesare. «Perché li celebro solo io, perché ovviamente non sono preventivabili e perché comportano una serie di attività collaterali: l’estrema unzione a casa o in ospedale, la benedizione e i momenti di preghiera. Lo scorso anno qui ho officiato ben 110 funerali». Mentre don Matia, don Flavio, don Manuel, don Davide e don Tobia - sono ormai le 14- salutano, il parroco fa un cenno: «Andiamo anche noi? Altrimenti non riesco a fare tutto». E via, si parte - questa volta in auto - verso il “Santuario della Madonna dei Campi” a pochi km di distanza. «Questa estate abbiamo dovuto fare dei lavori: è stata ristrutturata la statua della Madonna e sono stati sistemati i pilastri della cancellata: costo totale, 90mila euro. Ora invece stiamo facendo rifare il tetto di una casetta disabitata perché era a rischio crollo e avrebbe potuto danneggiare i portici che, soprattutto in estate, sono molto sfruttati dai pellegrini. Il costo di questi nuovi lavori sarà di 120mila euro». Il santuario, aperto ai fedeli dalle 7 alle 12 e dalle 14 alle 19, è un posto incantevole, con un ampio sagrato, un lungo viale alberato e la casa del pellegrino che ospita l’arcivescovo emerito Gaetano Bonicelli (101 anni), il vescovo emerito Giuseppe Merisi (87 anni), don Tobia Locatelli (96 anni, uno dei cinque preti della parrocchia di Stezzano), e tre suore. «Quest’ultime però attualmente stanno soffrendo un po’ il freddo perché dalla loro parte si è rotta la caldaia che va sostituita - spiega don Cesare -. Venga, andiamo a chiedere agli operai quanto manca alla fine dei lavori: questo intervento ci costerà 13mila euro».
Terminato il giro al santuario- nel frattempo il prevosto ha risposto almeno a cinque telefonate - si riparte, destinazione Borgo Palazzo, uno dei quartieri di Bergamo. «Ora vado all’Hospice a fare visita a un malato terminale, un 40enne del paese. Cerco di venire spesso a trovarlo, anche se solo per pochi minuti, per capire come sta, dialogare, fargli sentire la mia vicinanza». Al ritorno lo sguardo del parroco è provato, il tono della voce dimesso. «Questa è una delle situazioni più difficili da affrontare, così come confortare chi perde un proprio caro. Alla morte e al dolore non ci si abitua mai».
INCONTRI CON LE COPPIE
Nel frattempo si riparte e la tappa successiva è l’Oratorio di Stezzano. «Mi segua, salutiamo i volontari e ne approfitto per comunicare lo spostamento di un’assemblea». Il tempo di un caffè al bar - interrotto da una signora che si porta don Micheletti in disparte per parlargli sottovoce - e poi si torna a casa. Sul tavolo ci sono altre due mail stampate: «Un gruppo chiede uno spazio per un incontro, una famiglia invece vuole vedermi in attesa della prima comunione del figlio. Poi le leggo meglio, ora ho un appuntamento». E cioè un colloquio con una coppia. «Hanno 55 e 60 anni e sono sposati da tempo, ma spesso vengono per una chiacchierata. Mi aspetti pure lì, ci vediamo tra un’ora e mezza». Poi ancora un momento di preghiera personale, una cena veloce con quello che c’è in frigorifero («Stasera gli altri preti sono via, non sono un gran cuoco...») e, alle 21, un secondo incontro. «Questa volta con una coppia di 30enni che si sposeranno in estate. Hanno già fatto il corso per fidanzati ed è la prima volta che li vedo: vengono per preparare con me tutta la documentazione. Parlo con loro singolarmente e tecnicamente, questo, si chiama “processicolo”: ci vorrà un’ora e mezza».
Alle 22.30, poi, don Cesare accende il computer. «È è il momento della programmazione. Inizio a preparare la predica di domenica prossima e cerco di capire gli appuntamenti di domani sapendo che, comunque, alla fine sono sempre gli altri a determinare la mia giornata. Cosa farò? Devo andare in Curia a Bergamo per tutta la mattinata, poi sono a pranzo da una famiglia del paese, celebro la messa delle 17.30, incontro quella signora che mi ha fermato prima, mentre bevevamo il caffè, e poi vado all’oratorio per la settimana della “fraternità”. Starò a cena con i ragazzi».
Sempre che, nel frattempo, non muoia qualcuno. È mezzanotte e don Cesare si dedica all’ultima preghiera personale della giornata, poi sorride soddisfatto: è in piedi, senza mai fermarsi, da 18 ore e finalmente è arrivato il momento di andare a dormire. Non prima, però, di essersi goduto un attimo di relax nel suo “piccolo paradiso”, al quale si accede aprendo una porta misteriosa, facendo pochi passi in un corridoio stretto e buio che sem