La Squadra mobile e la Dia, su delega della Dda di Milano, hanno fermato ieri Giuseppe Calabrò, detto u Dutturicchiu, 76 anni, ritenendo concreto il pericolo di fuga dopo la condanna di primo grado all'ergastolo ricevuta mercoledi' dalla corte di assise di Como per l'omicidio del 1975 di Cristina Mazzotti.
"L'imputato può godere di una serie di appoggi, di carattere logistico e patrimoniale, attivabili in qualsiasi momento e in grado di garantirgli la latitanza e l'impunità per il gravissimo reato commesso", osservano i pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Amendola. "Il pericolo di fuga si fa ancora più concreto e reale ove si consideri che l'imputato ha prenotato per domani (oggi, ndr) alle ore 8.35 un volo Milano Reggio Calabria. Se è vero che Calabrò vive in Calabria, non può sottacersi che in tali luoghi lo stesso potrebbe godere di numerosi appoggi, anche con esponenti di 'ndrangheta di elevato livello, in grado di sottrarlo all'esecuzione di una pena di non breve durata".
Calabrò è stato condannato all'ergastolo il 4 febbraio scorso, insieme a Demetro Latella, per aver partecipato materialmente al rapimento della studentessa. Assolto, un altro imputato, Antonio Talia, per non aver commesso il fatto. Nessuna condanna è stata emessa per il boss della 'ndrangheta Giuseppe Morabito poiché morto prima della sentenza.
Il processo a loro carico si era aperto il 24 settembre 2024 presso la Corte d'Assise di Como. I quattro, secondo l'accusa, erano i mandanti del rapimento di Cristina Mazzotti. Un sequestro a scopo estorsivo avvenuto nel 1975, lungo un mese e si concluse con la morte della ragazza, figlia di Elios Mazzotti, imprenditore del ramo cerealicolo titolare della ditta omonima. La famiglia viveva in piazza della Repubblica a Milano, città in cui Cristina frequentava il liceo classico Carducci. La ragazza venne rapita il 30 giugno 1975 mentre rientrava a casa dopo aver festeggiato la promozione in terza liceo e la maggiore età con gli amici.
La Mini Minor su cui viaggiava, con il fidanzato Carlo Galli alla guida e la sua amica Emanuela Lusari, venne bloccata vicino a casa da quattro uomini a bordo di una Giulia e una Fiat 125. L'amica e il fidanzato vennero legati, mentre lei fu portata via sulla Fiat 125, portata alla cascina Padreterno alla periferia di Castelletto sopra Ticino e rinchiusa per 27 giorni in una buca con pareti di cemento da cui usciva all'esterno un tubo di plastica di 5 cm per portare aria all'interno, nutrita con due panini al giorno e tenuta semi-cosciente con il valium ogni giorno. La ragazza spirò tra il 30 luglio e il primo agosto a causa delle pessime condizioni della sua prigionia e della dose eccessiva di tranquillanti.
La banda di sequestratori era composta in tutto da tredici persone. I rapitori chiesero inizialmente un riscatto di cinque miliardi di lire, poi scesero a un miliardo e 50 milioni di lire e i soldi furono consegnati dal padre ai sequestratori quando Cristina era già morta. Uno dei carcerieri depositò 56 milioni di lire in una banca di Ponte Tresa in Canton Ticino, e il direttore di banca si insospettì. Così si arrivò al suo arresto e poi ad altre due persone inizialmente per riciclaggio, fino a identificare i componenti del gruppo. Il primo settembre venne ritrovato il cadavere ischeletrito della ragazza a Galliate in provincia di Novara, nella discarica del Varallino.
Il processo di primo grado per la sua morte a carico degli esecutori materiali del sequestro si concluse a Novara per ventidue imputati il 7 maggio 1977 con otto ergastoli a custodi, centralinisti, ricattatori e complici. In Appello gli ergastoli scesero da otto a quattro, due vennero condannati a 30 anni e cinque a piu' di 20. Il processo si concluse in Cassazione con la conferma di 4 ergastoli.