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Così l'ideologia multiculturalista cancella la nostra identità

di Antonio Socci sabato 28 febbraio 2026

3' di lettura

Il “no” del Comune di Firenze ai crocifissi e ai presepi nelle scuole comunali ha un significato culturale e politico generale. Al di là dei cavilli a cui la maggioranza di sinistra si è richiamata (il principio dell’autonomia scolastica) e della questione in sé, è interessante la motivazione ideologica di Pd e compagni: la «complessità della nostra società multiculturale». Il multiculturalismo è la scelta strategica della sinistra woke e, fra l’altro, mostra ormai la totale irrilevanza della componente cattolica di quello schieramento. L’ideologia multiculturale vuol dire, in pratica considerare il nostro Paese come una pagina bianca, come se non avesse un’identità e una storia. Come se fosse un teatro vuoto in cui s’insediano allo stesso titolo popoli, culture e costumi diversi. Così, di fatto, verrebbe cancellata ogni politica di integrazione degli immigrati perché non ci sarebbe più una nazione in cui integrarsi. Neanche uno Stato. Perché dovrebbero trasformarsi in cittadini italiani? Sarebbe opinabile anche la nostra cultura giuridica: perché la Costituzione e non la Sharia? E perché la lingua italiana e non, alla pari, tutte le altre?

Dovrebbe essere azzerata la nostra cultura. A cominciare dai programmi scolastici: perché studiare Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni, la Bibbia o Giotto e Caravaggio o la scienza galileiana anziché le culture del Senegal o del Bangladesh? Dovremmo cancellare dalla vita scolastica e sociale anche le festività: la domenica, il Natale e la Pasqua. Perfino il computo degli anni. Se il Comune di Firenze fosse coerente non si limiterebbe alle pareti delle scuole: dovrebbe decristianizzare l’intera città e l’unico modo sarebbe raderla al suolo perché dovunque esprime una millenaria cultura cristiana e un’antica identità italiana. Perché imporre a tutti la vista del campanile di Giotto e della cupola del Brunelleschi e fare festa la domenica vista “la pluralità delle convinzioni religiose” e il dovere di non ledere “la libertà di coscienza” di chi ha altre fedi e culture?

Se la “laicità dello Stato” viene evocata per i crocifissi a scuola, dove peraltro gran parte dei ragazzi sceglie l’insegnamento di religione cattolica, ancor di più dovrebbe valere per la città. Ma nemmeno in Francia si cancella Notre-Dame (e noi abbiamo pure una Costituzione che ha riconosciuto i Patti Lateranensi. E nel 1984 abbiamo rinnovato il Concordato). Proprio la nostra cultura laica riconosce il suo enorme debito verso i due millenni di cristianesimo a cui è debitrice la nostra stessa Costituzione (per non dire dell’idea di Europa). Non voglio citare di nuovo laici come Croce, Chabod, la Fallaci o Pasolini.
Ma una scrittrice ebrea, Natalia Ginzburg che prese le difese del crocifisso quando – negli anni Ottanta – vi fu un altro tentativo di levarlo dalle aule. «Non togliete quel crocifisso» era il titolo del suo articolo: «Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo? Il crocifisso è il segno del dolore umano. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo».
 

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