Non una banale intossicazione alimentare. Qui si parla di veleno vero, di quelli che non lasciano scampo. E soprattutto si parla di una pista che porta dritta dentro casa, tra rapporti tesi, sospetti e – ancora una volta – liti mai sopite. Il caso di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita si trasforma giorno dopo giorno in un giallo sempre più cupo. Per mesi si è parlato di cibo avariato, di tragica fatalità. Poi la svolta: ricina. Una sostanza letale anche in dosi minime, difficile da trovare e ancora più difficile da usare senza lasciare tracce.
E a quel punto cambia tutto. Perché, come sottolinea la criminologa Roberta Bruzzone, “per arrivare a un avvelenamento vuol dire che c’è una strategia precisa e un movente piuttosto solido”. Tradotto: non è stato un incidente. Qualcuno ha pianificato. E qui iniziano i veri problemi. Perché la stessa Bruzzone va dritta al punto, senza giri di parole: “Un movente di questo tipo restringe in maniera significativa la lista dei potenziali soggetti”. E ancora: si tratta, con ogni probabilità, di “una possibile vendetta”. La parola è pesante – vendetta – e in un paese piccolo rimbalza da una casa all’altra. E che riporta a quelle voci mai sopite: tensioni familiari, dissidi, rapporti logorati nel tempo. Tutte cose che, all’inizio, qualcuno aveva liquidato come pettegolezzi.
Roberta Bruzzone, choc nell chat: "Miserabile", "Lavastovigliologa", "In putrefazione"
Elisabetta Sionis, psicologa forense e oggi giudice del tribunale dei minori, sarebbe una presunta vittima di stalking d...Chi ha agito – se davvero di omicidio si tratta – conosceva bene le vittime. Sempre la Bruzzone chiarisce: “È qualcuno che aveva accesso all’abitazione, che aveva accesso al cibo e alle bevande”. Dentro casa, quindi. Non fuori. E mentre gli investigatori tornano a setacciare ogni angolo dell’abitazione, cercando tracce nel cibo e nelle bevande consumate a Natale, si allarga anche il fronte delle indagini: dal dark web, dove la ricina può circolare, fino ai negozi locali. Chi voleva colpire? E perché? Il veleno, prima di scorrere nel sangue di Antonella e Sara, pulsava già nelle vene del potenziale omicida.




