Le chiamano “no go zone” e stanno a indicare quei ghetti ad alta densità islamica, dove le leggi dello Stato sono sospese perché comanda la criminalità organizzata e dove le forze dell’ordine - nemico numero uno dei delinquenti - non si addentrano. Le banlieue parigine, Molenbeek a Bruxelles, Birmingham a Londra, le periferie delle città scandinave. E non manca l’Italia, dove le zone a rischio sono tutte nei confini di metropoli amministrate dalla sinistra: Quarto Oggiaro a Milano, l’area della stazione Termini a Roma, il quartiere Aurora a Torino.
Quanto emerge dal rapporto realizzato dall’osservatorio francese Oid (Observatoire de l’immigration et de la demographie) per la Fondazione “New Direction – Foundation for European Conservatism”, ovvero la fondazione di riferimento del gruppo dei Conservatori e Riformisti al Parlamento europeo (Ecr), è a dir poco allarmante. In tutta Europa sono un migliaio le “no go zones” dove rapine, spaccio e violenze sessuali rappresentano la normalità: vere e proprie società parallele nate sulla spinta dell’immigrazione irregolare di massa. A queste latitudini dominano gang di giovani e giovanissimi, che in Italia rispondono alla categoria “maranza”, e si sprecano le segnalazioni di antisemitismo, omofobia e odio verso la polizia. Il tasso di disoccupazione, nemmeno a dirlo, qui è ben oltre la media europea.
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A Dritto e rovescio, su Rete 4, si parla di Islam e violenza sulle donne. Il punto di partenza è un punto preciso...Nel nostro Paese, la zona più pericolosa (sesta nella classifica continentale) è il multietnico quartiere Aurora di Torino, laddove fino allo scorso dicembre era attivo il centro sociale Askatasuna. Da queste parti, su cento persone 14 non lavorano e un giovane su quattro lascia la scuola prima del tempo. Non solo: le rapine sono quasi il quadruplo in più rispetto alla media delle altre città dell’Ue. Una “no go zone” definita “grave”, dove la presenza dello Stato «è compromessa». Poi ecco Quarto Oggiaro (Milano), dove gli indici sono migliori ma è altresì evidente il «ritiro delle istituzioni» e una «società parallela». Se per quanto riguarda il tasso di disoccupazione la media europea è del 6 per cento, in questa periferia si supera il 17. Stesso discorso per l’abbandono scolastico: dal 10 per cento europeo si sale al 16,5. È vero, negli ultimi cinque anni non si sono verificate rivolte di piazza, ma le rapine a Quarto sono quasi sei volte di più rispetto al resto del continente.
Quanto alla politica, spiega il rapporto, qui (come nei quartieri Barriera di Milano a Torino e Bolognina a Bologna) ci sono «comunità musulmane che votano a sinistra dove ne hanno diritto, sebbene le restrizioni sulla cittadinanza ne riducano l’impatto». E Termini? Si registrano i «primi segni di disimpegno dello Stato». Rispetto agli altri due ghetti italiani, nei paraggi della stazione romana è più alto il tasso di omicidi. Arriviamo all’islam, che in queste faccende c’entra e non poco.
Nelle “no go zone” la percentuale media della popolazione musulmana raggiunge il 29 per cento, superando significativamente la media Ue (4,9 per cento). Secondo il rapporto stilato dall’Observatoire de l’immigration et de la demographie sono infatti «i legami familiari, la solidarietà etnica e le reti religiose» a svolgere un duplice ruolo in quei quartieri: da una parte forniscono sostegno sociale e dall’altra proteggono, seppur involontariamente, attività illecite. I riflettori sono accesi sul terrorismo di matrice islamica: è proprio in queste aree che sfuggono al controllo dello Stato che il radicalismo religioso si sviluppa al meglio.
Stando allo studio francese, circa il 63 per cento dei terroristi fedeli ad Allah che ha insaguinato l’Europa tra il 2010 e il 2025 aveva un legame consolidato con una “no go zone”. Dove immigrazione, povertà e mancanza di studio si mescolano, i jihadisti trovano terreno fertile per reclutare manovalanza armata utile a uccidere e terrorizzare il mondo. «Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: il separatismo religioso è una realtà che minaccia le fondamenta della nostra civiltà», avverte la deputata di Fdi Sara Kelany. «Abdicare alla propria identità è un errore catastrofico», aggiunge l’europarlamentare meloniano Nicola Procaccini. L’Europa è davanti a un bivio: continuare sulla strada dell’accoglienza a tutti i costi che produce enclave governate secondo criteri opposti a quelli della democrazia e della legalità oppure svegliarsi dal sonno profondo in cui versa per difendere identità, simboli e tradizioni. Ne va della sua stessa esistenza.




