A Pietracatella, in provincia di Campobasso, il paese è piccolo, ma il mistero è diventato enorme. E il tempo sembra sospeso, inchiodato all’enigma di due donne avvelenate e morte, la terza invece è sopravvissuta. C’è un elemento che aleggia come una condanna: ricina. Gli investigatori non hanno dubbi: “Le due donne sono state avvelenate”. Ma da chi, e soprattutto perché, resta il buco nero.
Le indagini si muovono su più fronti, nel tentativo di dare un senso alla storia. Dall’Istituto agrario di Riccia, finito sotto la lente per alcune ricerche sospette, fino ai negozi di fertilizzanti e prodotti agricoli. L’idea è capire se quella sostanza letale possa essere stata recuperata senza dare troppo nell’occhio. Perché la ricina, va ricordato, deriva da una pianta tutt’altro che esotica, presente anche in Molise. E questo complica tutto. Gli accertamenti informatici avrebbero rilevato che “già nei mesi precedenti all’avvelenamento” dai computer della scuola sarebbero partite ricerche proprio sulla ricina. Un indizio? Forse. O forse no. Perché in un istituto agrario studiare certe piante è normale. E allora si scandaglia la vita privata delle vittime.
Gli inquirenti insistono: “L’ambito familiare è quello da tenere sott’occhio”. Una pista delicata, che porta dritta dentro casa. Per questo sono stati ascoltati i compagni di classe di Sara, in audizione protetta, alla presenza di uno psicologo. Ragazzi di 15, 16 anni, chiamati a raccontare se, dietro una normalità apparente, si nascondesse altro. Tensioni, silenzi, crepe. Sul tavolo resta anche il nodo più inquietante: chi era davvero il bersaglio? La madre, la figlia, o entrambe? E se invece si fosse trattato di un tragico errore? Domande senza risposta, mentre si attende il verdetto del centro antiveleni di Pavia.
L'avvocato di Gianni Di Vita, Vittorino Facciolla, ha confermato che martedì prossimo 28 aprile ci sarà un accertamento "irripetibile" sul cellulare di Alice Di Vita, sorella di Sara e figlia di Antonella. Fa parte della prima inchiesta, quella per omicidio colposo in cui sono indagati cinque medici e dove Alice è parte lesa. Sul suo smartphone verranno analizzati messaggi, telefonate e cronologia degli accessi al web. Così l’avvocato Facciolla all’Adnkronos: “Alice ha consegnato il suo telefono volontariamente e senza alcun problema, lei nell'inchiesta sui medici è parte offesa e, siccome durante la fase del ricovero della madre e della sorella, era il punto di collegamento tra familiari e sanitari, probabilmente gli inquirenti vorranno acquisire ogni informazione utile alle loro indagini”.