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Garlasco, "modello 45": la mossa di Stefania K contro l'inviato delle "Iene"

di Micaela Fanelli mercoledì 27 maggio 2026

4' di lettura

Una memoria difensiva di 13 pagine e cinque consulenze tecniche per smontare l’impianto accusatorio della procura di Pavia nei confronti di Andrea Sempio, l’unico indagato nell’inchiesta bis sul delitto di Garlasco. È la strategia messa in campo dai legali dell’amico storico del fratello di Chiara Poggi, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, mentre i magistrati coordinati da Fabio Napoleone si preparano a chiedere il rinvio a giudizio. Nel dossier della difesa finiscono sotto attacco tutti gli elementi che, secondo gli inquirenti, collocherebbero Sempio sulla scena del crimine, il 13 agosto di diciannove anni fa, ed escluderebbero invece Alberto Stasi, l’ex fidanzato della vittima e unico condannato in via definitiva per l’omicidio. Un quadro accusatorio che, se accolto, potrebbe aprire la strada a una futura revisione del processo del 42enne, come hanno già annunciato i suoi legali Antonio De Rensis e Giada Bocellari. Uno dei punti riguarda il dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi che per la procura sarebbe riconducibile alla linea paterna di Sempio e rappresenterebbe una traccia «da contatto diretto», lasciata durante l’aggressione alla quale la 26enne avrebbe tentato di sottrarsi. Una conclusione contestata dalla genetista Marina Baldi, consulente della difesa.

Nella sua relazione la specialista scrive che il dna «non può essere considerato, allo stato, prova di un contatto aggressivo diretto» e che, «anche se attribuibile a Sempio, potrebbe essere compatibile con una contaminazione». Baldi sottolinea inoltre che «in assenza di un profilo completo, singolo, quantitativamente significativo, riproducibile e coerente con la dinamica di un graffiamento aggressivo, il dato genetico subungueale deve essere considerato un elemento fragile, parziale e non individualizzante, non idoneo a fondare una conclusione accusatoria scientificamente robusta». Un altro capitolo che la difesa prova a ribaltare è quello relativo all’impronta numero 33, attribuita dall’accusa al 38enne sulla base di 15 minuzie dattiloscopiche che sarebbe stata lasciata mentre Sempio si sporgeva sulle scale verso il corpo della vittima appoggiandosi al muro. Per la consulenza tecnica «il software utilizzato è fuorviante» e quelle individuate non sarebbero «15 minuzie ma semplici dati grezzi». Poi c’è il tema dell’impronta numero 42 lasciata dall’assassino, uno dei sette indizi che diciannove anni fa contribuirono alla condanna di Stasi e che oggi viene ritenuta compatibile con Sempio. Anche su questo fronte la difesa replica con una consulenza antropometrica firmata dai dottori Armando Palmegiani e Giacomo De Angelis, secondo cui il “piede egizio” del nuovo indagato, rilevato durante gli accertamenti eseguiti da Cristina Cattaneo, sarebbe «morfologicamente incompatibile con la struttura della calzatura dell’aggressore» e che «la larghezza del piede di Sempio eccede di oltre due centimetri lo spazio massimo disponibile nella scarpa Frau/Margom taglia 42 identificata sulla scena del crimine, escludendo dunque che egli possa aver lasciato quelle tracce». Per quanto riguarda i soliloqui intercettati mentre il 38enne era solo in auto, interpretati dagli investigatori come una sorta di confessione, i difensori sostengono che «stava solo commentando ad alta voce alcuni podcast che stava ascoltando in quel momento».

I legali di Sempio, inoltre, ritengono non necessario sottoporlo a un nuovo interrogatorio, dopo che il 6 maggio scorso si è avvalso della facoltà di non rispondere. Si starebbe invece valutando la possibilità di parlare davanti al giudice per le indagini preliminari: per la difesa, infatti, sarebbe «meglio una figura terza». Intanto la Procura di Milano ha aperto un fascicolo conoscitivo a modello 45, al momento senza ipotesi di reato né indagati, dopo la denuncia presentata da Stefania Cappa nei confronti dell’avvocato Antonio De Rensis, dell’inviato del programma “Le Iene” Alessandro De Giuseppe e dell’ex maresciallo dei carabinieri di Pavia Francesco Marchetto. Nella querela, i legali della cugina della vittima- mai indagata- ipotizzano, a vario titolo, i reati di “istigazione a delinquere nelle forme della diffamazione e della calunnia” e diffamazione aggravata. Quello nato dall’ultima denuncia di Stefania Cappa è soltanto uno dei 79 fascicoli attualmente sul tavolo del pm Antonio Pansa, tutti scaturiti da denunce presentate non solo dalle gemelle e dai loro familiari, ma anche dalla famiglia Poggi contro youtuber, giornalisti, blogger e altri soggetti, per reati che vanno dalla diffamazione fino allo stalking. Al momento gran parte dei fascicoli risultano iscritti a modello 44, cioè con ipotesi di reato ma senza nomi nel registro degli indagati. Tuttavia, proprio a seguito delle denunce, nelle prossime settimane potrebbero arrivare le prime iscrizioni formali, anche come atto dovuto e a garanzia degli stessi denunciati. E il numero complessivo dei procedimenti potrebbe aumentare ancora. «Sarà la magistratura di Milano - aveva spiegato uno degli avvocati della famiglia Cappa, Antonio Marino - a certificare o meno la violazione di doveri professionali e deontologici da parte di chi ha preso parte a questa martellante campagna denigratoria». 

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