La Festa della Repubblica è tricolore, non è arcobaleno. È una festa nazionale, non internazionalista, e neppure per e con vessilli di stati o nazioni che non esistono e che soprattutto con la storia italiana non hanno nulla a che spartire. È la celebrazione della Repubblica nata dalle (...) ceneri della guerra sciagurata di una monarchia che pure aveva fatto con le armi l’unità degli italiani, ma poi aveva spalancato le braccia alla dittatura. Da questo veniamo, e questo siamo per concatenazioni logiche e storiche, passando dal riscatto nazionale della guerra di liberazione e da una sanguinosa guerra civile, dalle quali l’Italia è uscita combattendo per guadagnarsi il ritorno tra le democrazie e il diritto alla pace.
Abbracciando la forma repubblicana come svolta da quel passato. Ciò che invoca ex cathedra lo storico dell’arte Tomaso Montanari navigando sul mare di Utopia con le vele gonfiate dal vento ideologico, ovvero di abolire la parata militare e far sfilare i flottiglianti con le bandiere palestinesi e pure Emergency, è pertanto la negazione stessa del significato di questa Repubblica uscita dalle urne il 2-3 giugno di ottanta anni fa, per volontà degli italiani che a maggioranza imputarono ai Savoia colpe che avevano ed erano superiori ai meriti risorgimentali di cucitura col filo tricolore di stati e staterelli.
Nell’Ottocento aveva un significato non solo politico la sprezzante ma non infondata tesi di Metternich sulla Penisola ridotta a mera «espressione geografica». Cose che Montanari conosce certamente, ma che accantona scientemente per seguire la rotta della Flotilla e del pacifismo astratto disancorato dalla realtà: mettendo in campo i cavalli delle forze armate fuggiti per Roma spaventati dai fuochi d’artificio si fa disarcionare dalla sua stessa carica contro quella che chiama «mala parata» del 2 giugno, appellandosi ovviamente alla Costituzione repubblicana e prendendosela pure con l’Inno di Mameli (ma ce l’ha col testo e non con la musica, su cui potrebbe persino avere qualche ragione artistica).
Lo storico dell’arte non può fare a meno di rievocare l’art. 11 della Carta costituzionale con lo strabusato richiamo al dettato che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», e quindi prevede il diritto alla difesa, e «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non ci vuole un fine giurista per prevedere l’esistenza di un esercito e delle forze dell’ordine, che altrimenti sarebbero incostituzionali, ingenerando l’autonegazione della «Costituzione più bella del mondo» (iperbole mediatica) ma anche di una qualsiasifonsfontium di un sistema autenticamente democratico.
I padri costituenti, inoltre, quelli sempre richiamati come infallibili saggi dispensatori dei diritti, scrissero l’art. 52 stavolta con un preciso obbligo: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. (...) L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica». Che quindi uomini e donne di tutti i Corpi militari sfilino nella Festa della Repubblica è sacrosanto, perché la rappresentano istituzionalmente. Nessuno scandalo, nessuna muscolarità, niente di cui vergognarsi o addirittura da cancellare.
Anche se la leva obbligatoria è stata abolita, l’Esercito italiano si chiama così perché è l’esercito di popolo: non è più il Regio Esercito del monarca, verso la cui persona i soldati prestavano il giuramento che oggi è invece alla Repubblica e ai suoi valori da difendere. Altro che Flotilla, altro che pro-Pal, altro che bandiere multicolori sventolate dalla versione pagliarulana dell’Anpi, che è un’Associazione combattenti e proprio per questo viene sovvenzionata dalla Repubblica. Un particolare che sfugge a partigiani extragenerazionali autonominati e partigianerie di partito che sguazzano nelle sabbie mobili di ideologie superate e condannate dalla Storia. Un furore quasi bellico contro la Festa del 2 giugno da parte di chi dovrebbe fare pace con sé stesso prima di fare la guerra alle Forze armate e alle Forze dell’ordine.