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Vigile morto a Milano, "spesso siamo soli": chi era e cosa scriveva Francesco Imprezzabile

di Redazione martedì 23 giugno 2026

2' di lettura

"Indossare questa divisa non è solo un lavoro, è una responsabilità": Francesco Imprezzabile, l'agente della polizia locale di Milano morto ieri a 39 anni durante un inseguimento con un suv che non si era fermato al posto di blocco, lo scriveva poco più di un mese fa su Facebook. Il poliziotto, caduto dalla moto durante l'incidente, è stato trasportato in elisoccorso all’ospedale Niguarda, ma per lui non c'è stato nulla da fare. Intanto, sono stati rintracciati i due uomini a bordo del suv che ha provocato l'inseguimento. Uno di loro è il conducente dell'auto che Imprezzabile stava inseguendo. E nelle prossime ore gli inquirenti cercheranno di accertare eventuali responsabilità. 

Sui social della vittima ci sono diversi scatti che dimostrano il suo amore per il mestiere di poliziotto. Imprezzabile in particolare parlava di "vocazione, passione e senso del dovere". "Solo quando fai tutto questo con il cuore puoi dare sempre il meglio di te stesso", spiegava. Aggiungendo che "onestà e costanza" lo ripagavano di tutte le rinunce costretto a fare per il suo lavoro. In una foto condivisa a marzo, lo si vede intento a parlare con una signora anziana. E a corredo una riflessione sul suo mestiere: dentro ogni divisa, scriveva, "vive una persona, una persona che si ferma, che ascolta, che sceglie ogni giorno di esserci. Perché a volte il suo compito non è inseguire, ma rallentare. Non è punire, ma tendere una mano". E ancora: "Un agente è anche questo. Presenza. Vicinanza. Umanità. Perché proteggere significa sì far rispettare le regole, ma soprattutto non lasciare indietro nessuno. E restare accanto, proprio quando qualcuno è più fragile e ha più bisogno di sentirsi al sicuro". 

Più critici altri post, come riporta il Corriere della Sera. Talvolta, infatti, parlava della necessità di "riformare" un sistema in cui le forze dell'ordine vengono delegittimate. "Spesso siamo soli. Senza rispetto. Senza protezione. Siamo insultati, aggrediti, filmati. Processati sui social prima ancora di essere ascoltati. Ogni intervento è un rischio doppio: prima per la nostra vita, poi per la nostra carriera. Questo sistema non crea giustizia. Sta creando disordine. Quando chi garantisce la sicurezza viene delegittimato, il messaggio è chiaro: chi urla e fa violenza ha più diritti di chi protegge. Eppure siamo ancora qui".

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