Il fatto è questo: per un’ora alla settimana a Salorno, in Alto Adige, la piscina comunale sarà riservata alle residenti. Potranno andare col burkini, il costume che copre tutto il corpo ad eccezione di viso, mani e piedi. Secondo il gestore della struttura, Luca Lechthaler, si tratta di un’iniziativa che favorisce l’inclusione. Un po’ come quando si chiudono le scuole per il Ramadan. Autoregolamentazione di società multietniche, con le polemiche pronte a gonfiarsi e a dilagare. Per la destra locale così si dà una mano al patriarcato islamico. In genere la ribellione a queste forme di segregazione dovrebbe partire dalle stesse donne musulmane: vent’anni fa fece rumore in Arabia Saudita il romanzo di Rajaa Alsanea Ragazze di Riad che fu accusato di voler ferire i valori religiosi di quel Paese. Eppure tredici anni dopo le donne ottenevano il “permesso” di guidare l’auto. I processi di emancipazione sono troppo lenti però. E Salorno non è Riad e si trova in Italia dove si strizza l’occhio all’islamismo con quella che Luca Ricolfi ha giustamente chiamato «l’inclusione che esclude».
A ben guardare la discussione sul burkini non è affatto una novità e va di pari passo a quella sul burqa e sul velo integrale: coprire il corpo femminile con la scusa di motivazioni religiose significa negare, occultare la sessualità femminile, significa considerarla scandalosa, vuol dire giudicarla addirittura peccaminosa e abituare la donna a vivere fin da piccola il corpo femminile come una tentazione. Ecco: nel mondo occidentale questa visione è stata superata da tempo e dunque tutto ciò che la incoraggia o la giustifica non può essere a favore delle donne, semmai è contro di loro e finisce col perpetuarne la subalternità. La discussione sul burkini, ricordiamolo, esplose circa dieci anni fa quando fu vietato da quasi venti sindaci sui litorali francesi in nome della laicità, ma molti intellettuali si schierarono contro questa mossa parlando di “discriminazione”. Insomma se in Francia è stato il laicismo a produrre la legge che vieta alle studentesse di indossare il velo in classe (ma anche il crocifisso) adesso è la destra che rimprovera al femminismo di non darsi pena per l’emancipazione delle donne islamiche costrette a fare un bagno in piscina inguainate e separate dalle altre donne.
Da notare che la scrittrice marocchina Fatima Mernissi, rappresentante di un femminismo islamico molto critico con l’Occidente, ringraziava Allah per averla salvata dalla tirannia della taglia 42 imperante grazie alle modelle anoressiche. Ma non è affatto vero che le musulmane siano tutte sottomesse alla cultura del velo: tra i casi più eclatanti quello di Irshad Manji, musulmana dissidente e femminista, autrice di un pamphlet ferocemente critico verso l’Islam tradizionale, Quando abbiamo smesso di pensare, nel quale racconta la sua soddisfazione quando si è potuta finalmente liberare dallo hijab. Figuriamoci che appagamento poter fare un tuffo in piscina senza una sorta di impermeabile incollato al corpo: quello sì che sarebbe gratificante, alla faccia dell’inclusione.