Non solo messaggi, tanti e quotidiani tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci. A confermare il rapporto stretto tra il faccendiere arrestato ieri a Roma e il conduttore di Report, “vittima” di un attentato incendiario di cui lo stesso Lavitola secondo i pm è il mandante, c’è anche una foto contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare. Ranucci è sorridente al centro dell’immagine tra l’amico Valter e il suo factotum Gomes Clesio Tavares, fuggito in Camerun, da dove non ha intenzione di tornare come ha spiegato al Tg1. Il giornalista lo conosceva almeno dal 2022 visto che il selfie di loro tre abbracciati risale al gennaio di quattro anni fa, mentre in un’intercettazione del 2024 Sigfrido si sfoga con l’amico Valter dicendogli di trovarsi «in difficoltà su tutto» ma «vado avanti». L’altro gli chiede se può essergli utile in qualche modo e il successore di Milena Gabanelli risponde con una battuta: «Mi dovresti prestare Gomes». Proprio l’uomo che secondo i pm ha avuto un ruolo centrale nel realizzare l’attentato dinamitardo dello scorso ottobre a Pomezia.
Amicizie e intrecci pericolosi. Dall’ordinanza emerge chiara la preoccupazione di Lavitola di essere portato in carcere, ne parla con la compagna Natalia («Io non vorrei che se mi arrestano mercoledì tu stai qua, hai capito che ti voglio dire?...) e la donna risponde: «Ma perché ti devono arrestare? Scusami...». Stessa ansia che traspare dai colloqui captati tra Gelsomina, convivente di Tavares, e suo padre Pasquale. La donna ha letto i giornali con le accuse mosse al gruppo in merito alla bomba a Pomezia e si è scocciata: «Non voglio avere più nulla a che fare con voi», ha scritto al compagno e il padre la avverte di «non parlare più con quella persona, con quello a Roma! Non parlare in nessun modo!».
«IL PIÙ VICINO AI GIUDICI» Per Tavares, spedito dal faccendiere in Camerun a occuparsi di un progetto relativo a piantagioni di mangrovie, Lavitola è il dottore, la persona alla quale chiedere favori se il figlio deve fare una visita al Bambino Gesù e se deve pagare un hotel nella Capitale. Per mangiare, poi, non c’è problema: il ristorante Cefalù di proprietà dello stesso ex direttore dell’Avanti è a disposizione. Valter chiama Gomes figlio mio.
Ma è su Ranucci che Lavitola ripone tutte le sue attenzioni, altro che piantagioni di mangrovie. Grazie a un’intercettazione ambientale installata sulla sua Toyota il 5 luglio scorso parla in portoghese a un tale Ivan al quale spiega che Ranucci «è il giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia».
Lavitola spiega all’interlocutore: «Già se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso.
Sarà la stessa cosa di Berlusconi». Tuttavia, annotano gli inquirenti, manifestava anche la preoccupazione che Ranucci potesse a un certo punto non tutelarlo più e in tal caso si chiedeva se avesse o meno dovuto attaccarlo.
«Dovrò attaccare un mio fratello? Cavolo, dovrò mettermi contro un fratello?». La preoccupazione per un incombente provvedimento cautelare verteva anche su come proteggersi a livello economico: «E se mi arrestano che faremo? Dobbiamo pensare in questo caso realmente all’opzione di vendere la pescheria, non so, non sono lucido in questo momento...». Quindi al suo interlocutore Lavitola manifesta la necessità di voler chiudere con urgenza alcuni contratti: «Non devo fare l’errore dell’altra volta di non occuparmi della parte finanziaria perché poi sono uscito e sono rimasto nella merda».
Dall’analisi del contenuto del cellulare del ristoratore emerge la volontà di puntare sul volto di Report per le elezioni del 2027. «Ti prego parliamone», gli scrive il 19 ottobre 2024 dopo che Ranucci gli aveva inviato la foto del suo libro dicendo soddisfatto che era il più venduto.
Qualche giorno dopo arriva l’invito ad andare in Albania: «Chiederemo a Rama un tuo monumento equestre al centro di Tirana»; nella stessa sequenza di messaggi viene citato anche il sindaco di Roma Gualtieri («va beh che sei un futuro presidente...») e tra i due ci sono anche delle affettuosità virtuali: «Però un bacetto lo potresti inviare».
Ranucci risponde con la faccina che ride.
A dicembre 2024 la trasmissione di Rai3 manda in onda la telefonata tra l’ex ministro Sangiuliano e la moglie. A captarla era stata Maria Rosaria Boccia, diventata fonte attendibile per il pool d’inchiesta di Report. Scoppia il caso. Ranucci manda a Lavitola i messaggi di sostegno che gli arrivano dall’Usigrai: «Siamo sotto attacco». Controreplica dell’altro: «Solo l’obiettivo di farti fuori... Dov’è la novità?». Per Sigfrido è un momento difficile e lo esterna all’amico titolare della pescheria: «Sono stanco Valter». Lavitola si preoccupa e lo consiglia come un padre: «Per piacere, tieni sotto controllo la salute in questi giorni. Non ti ho mai sentito dire che sei stanco. In ogni caso, credo ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente.Se ti cacciano dalla Rai fai Bingo». E grandi complimenti per gli ascolti tv.
BOSS COL CULO DEGLI ALTRI
Intanto in carcere gli esecutori materiali della bomba sotto casa di Ranucci vengono intercettati. Pellegrino D’Avino e Saverio Mutone discutono apertamente del torto subito da Clesio Tavares che li ha messi «in mezzo alle tarantelle» e poi «ha tentato di uscire» lasciando a loro il peso dell’azione e delle conseguenze giudiziarie. Soprattutto D’Avino manifesta una rabbia evidente verso ’O ’Nir”, appellativo di Tavares, e la frase «fare tutti i boss col culo degli altri» per i pm fotografa subito il meccanismo criminale emerso: chi sta sopra decide, arruola e resta impunito, mentre chi esegue finisce in galera. Clesio Tavares è il raccordo operativo tra il livello apicale e gli esecutori, mentre Lavitola viene descritto come il beneficiario ultimo dell’operazione che «già arrestato per estorsione», stavolta era riuscito a scampare alla cella grazie alla sua rete di conoscenze. «Tu che sei il mandante sei ancora a piede libero e mi devo fare io la galera?». Ecco, da ieri è dentro anche Valter Lavitola.