È che adesso fa acqua da tutte le parti. Nel senso che se vai al bar (ma in molti casi pure al ristorante) e ordini una semplicissima, normalissima, banalissima minerale, una volta su due non sai cosa t’arriva. Ti portano la bottiglietta, sì certo, magari pure sigillata, oppure la caraffa con l’acqua del sindaco: e tu paghi, due, anche tre euro, se becchi la settimana sbagliata nella località turistica sovraffollata persino di più, ma alla fine cosa bevi? Perché non è mai soltanto un bicchiere, la filiera che te lo fa arrivare al tavolo è tutto fuorchè scontata. Il nucleo Antisofisticazione (in soldoni, i Nas) dei carabinieri ha condotto per tutto il mese di luglio, e d’intesa col ministero della Salute, una serrata campagna di controlli sull’imbottigliamento e sulla somministrazione delle acque trattate appunto nelle attività della ristorazione: ne è venuto fuori un bollettino che (forse) conviene darsi al vino.
Lì, almeno, l’etichetta è (quasi) sempre certificata. Sull’altro fronte, quello di una-no-gas-per-favore, invece, si contano 272 ispezioni in tutta Italia, 53 campioni finiti in laboratorio e 147 situazioni dichiarate non conformi. Che fanno il 54% delle situazioni monitorate, ma fanno anche 126 persone già segnalate alle autorità competenti, 256 violazioni complessive, di cui una addirittura penale (la più grave per commercio di alimenti con segni mendaci, probabilmente un furbetto che spacciava l’acqua del rubinetto per quella in bottiglia), 175mila euro di sanzioni staccate, 2mila litri di acqua potabile non filtrata sequestrati, sette attrezzature non a norma confiscate, dieci aziende sospese per carenze igienico-strutturali o autorizzative e un valore commerciale complessivo stimato in ben 4,7 milioni di euro. Alla faccia. Premessa, doverosa: in Italia servire acqua trattata è legale.
Però i ristoranti devono farlo secondo delle procedure ben precise: la prendono dall’acquedotto, sì, certo, come tutti noi quando la beviamo dal lavello della cucina di casa, ma la devono filtrare e refrigerare per averla fresca ed eventualmente aggiungerci l’anidride carbonica se il cliente l’ha richiesta frizzante. Chi opta per questa modalità (niente di male, anzi, è quella più sostenibile e anche economica e, salvo piccole eccezioni magari momentanee, nel nostro Paese l’acqua è buona pressochè ovunque) vende brocche riconoscibili perché hanno impresso, spesso sul vetro, la dicitura “acqua potabile trattata”. Tutto legale, per carità. Ciò che è meno lecito è non specificare che si tratti di quello, oppure non indicarne il prezzo sul menù, o ancora non sostituire o pulire o tracciare o fare manutenzione sull’impianto dei filtri (che se non vengono trattati nel modo corretto diventano ricettacoli per i batteri e poi son dolori, però letteralmente), o fregarsene delle autorizzazioni necessarie, di quel che impone la legge e anche un po’ del buonsenso e del rispetto dell’altrochè comunque, siamo onesti, quando si tratta della somministrazione di cibo e bevande, mica si può scherzare.
E appunto il primo che non ha preso benissimo la faccenda è il Codacons, il Coordinamento delle associazioni per i consumatori: «Quello tracciato è un quadro gravissimo che impone controlli straordinari già nei giorni di Ferragosto», dice in un comunicato che chiede di intensificare le verifiche soprattutto, guarda il caso, nelle località turistiche. «Una percentuale di irregolarità del 54% è semplicemente inaccettabile, tanto più perché riguarda un prodotto di consumo quotidiano come l’acqua». Della serie: l’Italia è il primo Paese europeo per consumo di acqua confezionata con almeno 222 litri a testa all’anno, un primato che nasce anche da una significativa e antica diffidenza verso il rubinetto. «I risultati dei Nas», continua allora il Codacons, «dimostrano che non ci si trova di fronte a poche anomalie isolate e che si rende necessario alzare immediatamente il livello dei controlli». Per lo stesso motivo i consumatori che si dovessero trovare in situazioni sospette e col dubbio dovrebbero immediatamente segnalare la loro esperienza.