Anna Rosa aveva quattro anni, è morta di difterite pochi giorni fa a Palermo. Un virus feroce e letale se l’è portata via in poche ore, ha trovato davanti a sé un’autostrada perché Anna Rosa non era stata vaccinata per scelta dei suoi genitori che ora si ritrovano indagati per omicidio colposo. È successo in uno dei quartieri più socialmente degradati della città, lo Zen, dove non sono pochi i bambini sottratti dalle famiglie all’obbligo vaccinale perché è diffusa la falsa convinzione che i vaccini possono provocare l’autismo. I genitori di Anna Rosa hanno accusato i medici “di non averguagli salvato la figlia” sbagliando obiettivo.
Già, se la prendono con coloro - la medicina pubblica - che non hanno voluto ascoltare, con coloro che gli avevano consigliato - di più: ordinato - di proteggere la piccola con il vaccino. Quei genitori dovrebbero viceversa maledire tutti coloro che gli hanno instillato in testa prima il dubbio e poi la certezza che vaccinarsi fosse pericoloso. Mi riferisco all’industria no-vax che sull’ignoranza e la paura ha costruito la sua fortuna anche economica: articoli di giornali, libri, conferenze, video-canali dedicati sui social hanno arricchito pseudo giornalisti e pseudo medici, portato visibilità e a volte anche fama a persone che altrimenti sarebbero rimaste nell’anonimato. Non i genitori, vittime di circonvenzione di incapaci, bensì queste persone andrebbero portate alla sbarra per la morte di Anna Rosa. Nomi, cognomi e indirizzi sono per lo più noti, i loro profili social in cui inneggiano alla libertà di non vaccinarsi andrebbero chiusi per istigazione a delinquere. I genitori di Anna Rosa hanno pagato il prezzo più alto, loro come se niente fosse temo se la caveranno anche stavolta.




