Da medaglia al valore civile a...patata bollente (adesso possiamo scriverlo). Ora nei salotti si fa fatica a pronunciare le quattro lettere fino a ieri scolpite sulle tavole della legge dei progressisti. W-wo-wok-woke. Bastava la parola e il tribunale permanente ti assolveva dai peccati in pensieri, parole, opere e omissioni, ti rilasciava il patentino morale e ti faceva sentire dalla parte giusta della storia. Oggi è una palla avvelenata: tutti corrono a liberarsene. Da quando Alexandria Ocasio-Cortez ha lanciato il sasso nello stagno del conformismo, si sono aperte le acque: in principio fu Conte, poi Renzi, quindi tutti gli altri in coro a rinnegare il woke. Parola che, letteralmente, significa «sveglio», ma la Schlein ci si è addormentata sopra. Si è alzato dal sonno prima di lei persino il presidente dell’Accademia della Crusca, Paolo D’Achille, il quale ha sentenziato che sarebbe meglio «lasciare il woke agli americani».
Se un linguista dice che un termine è insensato la questione non è solo semantica. Diventa culturale e soprattutto politica. Si sono finalmente accorti che il woke non porta voti: è bastato questo per svegliarli tutti. Tranne Elly.