A sorpresa, in Vaticano salta l’equazione “più povero, più buono”, con tutto il suo corollario ideologico sui ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri. Un ritornello interrotto dalla decisione di Sua Santità di migliorare genericamente la retribuzione dei dipendenti della Santa Sede e perfino quella dei cardinali di Santa Romana Chiesa. Per una volta, il senso comune sconfigge il luogo comune, anzi la menzogna secondo la quale gli ecclesiastici e i sacerdoti in genere dovrebbero osservare il voto di povertà. Che invece è una scelta che spetta solo ai religiosi e alle religiose di alcuni ordini. Gli altri sono solo tenuti a utilizzare bene i talenti che sono stati loro affidati, come nella famosa parabola. Se ne hai ricevuti pochi e li sotterri senza trafficarli, ti saranno tolti. Se ne hai ottenuto una buona provvista e la fai fruttare, invece, riceverai anche un bonus. L’investimento non s’intende soltanto in termini economici, ovviamente. I porporati sono soliti mettere a disposizione di opere benefiche quanto viene loro elargito.
Dicono che vivono nel lusso, alla faccia dei bisognosi. In realtà, spesso il loro impegno di evangelizzazione si svolge in ambienti che richiedono un certo decoro. E ricevere ambasciatori, ministri e dignitari in un bilocale non sarebbe appropriato. Eppure è presente nel magistero pontificio una formula che prevede un’opzione preferenziale per i poveri. È un caposaldo della dottrina sociale cattolica e Papa Leone XIV non è stato eletto per abolirla. Anzi l’ha applicata proprio a chi lavora per lui. Perché la miseria non è una virtù. E certamente il personale della Curia non aveva motivo di esprimere gratitudine al predecessore per aver tagliato del 10% gli stipendi e bloccato gli scatti di anzianità biennali. Papa Leone XIV stesso, nel documento pubblicato ieri mattina, spiega che quelle «misure di contenimento salariale» del predecessore «furono necessarie anche per far fronte all’eccezionale sfida della pandemia».
Già nel 2025 erano state parzialmente modificate, mediante l'abrogazione dell’articolo 3, con Rescriptum ex Audientia del 16 giugno 2025. «Ora - afferma Leone - possono essere superate, nella certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell'impegno di garantire la sostenibilità economica». Per tale ragione, «sentito il competente parere della Segreteria per l’Economia» e «dopo avere esaminato con cura ogni cosa», il Papa stabilisce l’abrogazione definitiva del Motu proprio Un futuro sostenibile a decorrere dal 1° settembre 2026. Tuttavia, si legge, vengono fatti salvi in via definitiva, «gli effetti prodotti nel periodo della sua vigenza, ivi compresi gli effetti prodotti dalla sospensione della maturazione degli scatti biennali di anzianità di cui all’art. 5, che rimane definitivamente acquisita». I tagli pregressi non potranno essere recuperati, quindi. E rivendicarli non sarà facile, tanto più che i sindacati, oltre le Mura Leonine, sono del tutto assenti, se non proprio proibiti, sebbene già alla fine del 1800 Papa Leone XIII li ritenesse uno strumento lecito e meritorio per la difesa dei diritti dei lavoratori. E per strapparli alla tentazione di passare al socialismo.