Ravenna, 2 dicembre 2025. Un ragazzino tunisino di appena diciannove anni sta facendo degli esami in ospedale. Non è una visita qualsiasi, è quella necessaria per stabilire se sia idoneo alla vita in una comunità ristretta (cioè se possa finire un cpr, un centro per il rimpatrio). Lui si chiama Saif S., i requisiti per stare in Italia non ce li ha, le autorità intendono rimpatriarlo. Accanto c’è una dottoressa che legge gli esiti che arrivano dal laboratorio: la radiografia al torace è negativa, i test del sangue pure, tutto è nella norma. Il responso dovrebbe essere chiarissimo, ma la dottoressa firma un certificato di inidoneità: non ci sarebbero, scrive, elementi sufficienti per escludere, in capo al giovane, «patologie croniche di carattere infettivo». Saif esce dall’ambulatorio e se ne va.
L’ARRESTO
Stacco (come nei film): sempre Ravenna, nei pressi della stazione, a pochi metri da alcune scuole, febbraio. C’è tanto di video (lo pubblica, pixelando i volti, il Tgcom24): Saif è assieme ad altri ragazzi, indossa un piumino, ha in mano prima un pacchettino di cellofan azzurro e poi qualche euro. Sembra stia spacciando. Di lì a qualche minuto interverranno le forze dell’ordine che lo arresteranno, finirà in galera e poi (adesso, per davvero) in un cpr a Bari: ma come si è arrivati a tanto? Questa è forse la storia che meglio descrive lo scandalo dei “certificati anti-cpr”: quella «vera e propria struttura con ripartizione di ruoli e compiti» (secondo la procura), composta da medici e professionisti sanitari, che anziché vagliare seriamente le condizioni cliniche degli stranieri per poterli mandare nei cpr e quindi nel loro Paesi d’origine, li “graziava” di fatto togliendoli dal sistema. In questo modo, tra il settembre del 2024 e il gennaio del 2026, su 64 persone passate dalla procedura, solo venti sarebbero state giudicate idonee alle strutture per il rimpatrio, altre 34 no e almeno dieci manco si sarebbero presentate in nosocomio. Saif è uno dei “fortunati” 34. “Fortunato”, lui, per modo di dire perché sì all’inizio la schiva, ma i suoi guai iniziano otto mesi fa, nell’inverno ravennate, quando non è più solo la magistratura a voler vedere chiaro su quello che gli sta capitando attorno ma cominciano a saltar fuori pure delle prove documentate per reati che sembra commettere lui in prima persona (e incappa persino in quell’arresto). Tecnicamente, il 19enne nordafricano, dalla prigione di Ravenna, ne è uscito solo qualche giorno fa, sabato 3 ottobre: nella maxi operazione che lo ha coinvolto sono state fermate in tutto quattordici persone con l’accusa di spaccio e la squadra mobile ha accertato almeno 73 cessioni di droga. Quando, la settimana scorsa, Saif ha messo un piede fuori dal penitenziario, però, è stato costretto a infilare l’altro nel cpr di Bari dove, al momento, attende che il suo decreto di espulsione venga eseguito.
L’INCHIESTA
Nel frattempo, cioè mentre la parabola di Saif veniva a conclusione e il suo iter per l’espulsione si concretizzava nonostante gli intoppi, l’inchiesta di Ravenna sui “certificati anti-cpr” si è addirittura allargata: un mesetto fa sono stati perquisiti 23 medici in tutta Italia (non solo nella città romagnola ma anche a Roma, a Bologna, a Matera, a Biella e proprio a Bari) e, a quattro, è stata contestata l’associazione per delinquere. Due dei dottori finiti in quella retata e che risultano non indagati, qualche settimana fa, si erano rivolti al tribunale del riesame per chiedere il dissequestro del materiale confiscato, ma recentemente hanno rinunciato all’istanza.