Il fatto che in Italia si possa arrivare anche solo lontanamente a concepire il ripudio di una moglie, in cui l’uomo ha «tre cicli di mestruazioni» per ripensarci, o «tre intervalli di purità intermestruale» o «tre mesi nel caso di donna non soggetta più a mestruazioni, o fino al parto se la donna è incinta» - già a leggere queste cose vengono i brividi - è pressoché aberrante. Eppure c’è chi ci scrive cattedratici saggi per illuminarci.
Lui, in questi giorni, è personaggio noto, ed è Omar Vanin, l’avvocato che ha dato vita al primo tribunale islamico in Italia. Sul «ripudio islamico, principio del contraddittorio e ordine pubblico italiano», Vanin ci ha scritto un saggio nel 2015. Il documento, di cui Libero è in possesso, conta 11 pagine in cui Vanin commenta un caso della corte d’Appello di Venezia di un cittadino marocchino che dopo aver contratto matrimonio con una donna e dopo aver divorziato da essa, chiedeva che il procedimento per ripudio «l’unico possibile secondo la legge marocchina», trovasse applicazione in sostanza nell’ordinamento interno. La domanda però venne - ovviamente e grazie a Dio - respinta, in quanto, si legge dal documento: «La sentenza straniera che, in osservanza della Shari’a, dichiara lo scioglimento del matrimonio per avvenuto ripudio della moglie da parte del marito non può essere riconosciuta in Italia». E ci mancherebbe. Il ripudio islamico, ossia il talaq (dall’arabo: ripudio islamico), è la forma di divorzio prevista dalla Shari’a.
Allarme dei servizi segreti sul tribunale islamico di Padova
La Sharia cerca spazio nella giustizia privata italiana. E a Padova c’è già chi ha scritto le regole...In cui si prevede che sia solo il marito ad avere il diritto unilaterale di sciogliere il matrimonio. Non solo. La Shari’a a tal riguardo prevede regole rigide sul momento in cui un uomo può divorziare. E nel periodo mestruale, siccome la donna è considerata impura, è espressamente vietato. Un istinto che cozza con i principi del nostro ordinamento che prevedono l’uguaglianza tra uomo e donna, e se arrivassimo a regolare i rapporti all’interno del nostro Stato secondo la legge della Shari’a, tale istituto sarebbe assolutamente incostituzionale.
Sul punto però ancora le femministe, quelle che combattono per la A al posto della O, non si sono ancora pronunciate, e quindi attendiamo fiduciosi che diano almeno un cenno di aver compreso. Ma torniamo a Vanin. Scrive Vanin sul suo illuminante saggio che «secondo la tradizione giuridica islamica lo scioglimento del matrimonio, all’infuori del caso di morte d’uno dei coniugi, può avvenire (anche) per ripudio (ala¯q) dato dal marito alla moglie verbalmente o per scritto, senza bisogno di alcuna giustificazione». Dopo averci illustrato che «nel diritto marocchino, la disciplina del ripudio è contenuta nel codice del diritto di famiglia», ci rende edotti anche del fatto che «nel 2004, un nuovo intervento legislativo ha ulteriormente modificato il diritto di famiglia nel segno di una più marcata parificazione dei sessi».
Bisognerebbe chiederlo a tutte quelle donne velate costrette a coprirsi perfino le unghie dei piedi. «La riforma del 2004 ha ulteriormente rafforzato la posizione della moglie», scrive Vanin. E va bene poi ci dice anche che va evidenziato che «quand’anche la situazione giuridica trovasse ingresso attraverso l’apertura consentita alle determinazioni giuridiche straniere generali ed astratte, essa incontrerebbe comunque il limite dell’ordine pubblico». Lo riconosce anche lui.
Omar Vanin, la strategia dell'avvocato per imporre la Sharia in Italia
Lo ha messo nero su bianco, l’avvocato Omar Vanin: ogni cittadino originario di Paesi in cui vige la Sharia «...Ma ci spiega anche che in tempi recenti è stata sperimentata «una terza via designata come metodo del riconoscimento delle situazioni». Ossia, spiega che «in presenza di precise condizioni attinenti alla provenienza e alla genesi della situazione, ma, in concreto, da individuarsi a seconda dello strumento normativo pertinente, tale metodo permette di dare rilievo a situazioni giuridiche, specie nel campo dei rapporti di famiglia, costituitesi all’estero in conformità alle norme locali ed ivi ritenute valide». Ma quindi che vuol dire? Che in presenza di particolari circostanze possiamo applicare usi e norme locali che all’estero sono ritenuti validi? Sul punto abbiamo sentito Anna Maria Cisint, europarlamentare in quota Lega. «Chi pretende di legittimare il ripudio e ha messo in piedi un’organizzazione che vuole sostituire le nostre leggi con la Shari’a, creando uno Stato nello Stato - ha detto - non può esercitare la professione di avvocato e addirittura insegnare nelle università pubbliche dello stesso Stato di cui vuole sovvertire le regole. Con il suo “tribunale islamico”, Vanin ha dichiarato “guerra” al nostro Stato, così come tutti i promotori dell’islam politico».




