"Youssef libero". Lo gridano centinaia di ragazzi radunatisi sabato sera in piazzale Leonardo Da Vinci a Milano, davanti alla sede del Politecnico, dopo il sabato di proteste (gli scontri con le forze dell'ordine, questa volta, hanno riguardato altre città, da Roma a Bologna).
E lo gridano, più o meno in contemporanea, altri manifestanti che si sono recati davanti alla sede della Questura dove Youssef Sihar, italo-egiziano 30enne, collaboratore del Fatto quotidiano e dell'Ispi, nella giornata di ieri è stato formalmente fermato come "mente" del Movimento 17 ottobre che ha coordinato l'ondata di manifestazioni violente di questi ultimi due weekend. Su di lui pesa l'accusa di istigazione a delinquere con l'aggravante del terrorismo.
L'inviata di Realpolitik, il programma di Rete 4 condotto da Tommaso Labate, è sul posto a Milano per testimoniare le reazioni dei ragazzi. "Lo conoscono bene, è un volto noto delle proteste. Ma non lo identificano come la 'mente' - sottolinea -. Dicono che non sono scesi in piazza perché glielo ha detto Youssef".
Di sicuro però Siher, profilo da studioso e intellettuale e toni, sui social, da rivoluzionario islamico, si è dato parecchio da fare in questi mesi per fomentare la rabbia di studenti e antagonisti. Non il "popolo dei maranza", dunque, ma una parte della società che crede nella lotta contro l'Occidente e che forse, più o meno inconsapevolmente, vede per usare un'espressione coniata dallo stesso Youssef, la rivolta islamica come il perfetto sostituto dell'ormai tramontato socialismo.
"Youssef libero": cori a #Milano per chiedere la liberazione del regista delle piazze Tutti gli aggiornamenti in diretta a #Realpolitik, ora in onda su Rete 4 e in streaming su Mediaset Infinity https://t.co/ucmmpsK1Jz
— Realpolitik (@RealPolitikR4) October 24, 2026