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La procura ha deciso: niente ricorso su Siher

Youssef resta libero. Indagini rallentate: lui e la moglie non sbloccano i telefoni
di Luca Fazzo sabato 7 novembre 2026

3' di lettura

Nessuna resa, nessun passo indietro. La decisione della Procura della Repubblica di Milano di non insistere per mandare in cella Youssef Siher, l’influencer degli scontri di piazza del mese scorso, è diventata ufficiale ieri, quando l’ultimo termine per presentare ricorso contro la scarcerazione del trentenne italo-palestinese è scivolato via senza che nulla accadesse. A determinare la scelta del procuratore Marcello Viola e del suo sostituto Francesca Crupi non è stato un ripensamento sulla pericolosità di Siher né sulla gravità del saccheggio del centro di Milano. È stata semplicemente una decisione dettata dal realismo. Dopo la levata di scudi di buona parte della magistratura organizzata e dei vertici degli uffici in difesa della scarcerazione di Siher, un ricorso della Procura sarebbe andato a sbattere contro lo stesso muro di gomma. È il muro che ritiene legittima la decisione del giudice preliminare Tiziana Cantoni di liberare l’estremista anti-israelano, considerato dalla Cantoni semplicemente un libero pensatore e un civile contestatore del governo Meloni.

Le prese di posizione del “capo” della Cantoni, il presidente dei giudici preliminari Vincenza Maccora, del presidente del tribunale Fabio Roia, dell’Associazione nazionale magistrati e delle correnti di maggioranza del Csm hanno fatto capire che la linea morbida nei confronti dell’influencer della rivolta ha solidi appoggi. Insistere avrebbe voluto dire andare incontro a una probabile nuova sconfitta, e a quel punto la riabilitazione di Siher avrebbe condizionato gli sviluppi futuri dell’inchiesta.

Istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo: questa è l’accusa per cui Siher continua ad essere indagato, primo tassello della rete che l’indagine milanese punta a ricostruire. È un’indagine complessa, articolata su due livelli. Da una parte punta a chiudere i conti con gli operativi della devastazione del centro cittadino del 17 e 18 ottobre: a venire arrestati in flagrante sono stati giocoforza i più sprovveduti dei manifestanti, ed anche per questo i magistrati hanno avuto gioco facile nel liberarli pochi giorni dopo. La massa di foto e di video eseguiti durante gli scontri ha permesso di ritrarre però anche i leader della rivolta, un numero piuttosto ridotto di giovani che ricorrono nei momenti chiave degli attacchi, dei quali è in corso l’individuazione e che verranno colpiti al momento opportuno da richieste di cattura. In parallelo viaggia l’indagine sulla regia occulta del caos, che - secondo quanto emerso con chiarezza - non ha avuto nulla di casuale o improvvisato.
Di fatto, con la scarcerazione di Siher la giudice Cantoni (cui è stata assegnata l’altro ieri la scorta per proteggerla dagli insulti e minacce ricevute) ha sconfessato quanto un suo collega di ufficio e di corridoio, il giudice preliminare Fabrizio Filice aveva scritto appena pochi giorni prima convalidando alcuni arresti: «L’autoconvocazione via social» dei giovani e giovanissimi devastatori era «preordinata alla realizzazione delle violenze sotto un’insegna volutamente generica di istanze sociali varie» con il «deliberato scopo di dare sfogo a una violenza indiscriminata e incontrollata», l’attacco al centro di Milano faceva parte di «un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico». È questo, sancito nell’ordinanza del giudice Filice, il solco in cui continua a muoversi l’indagine della Procura: convinta che del progetto uno degli esecutori fosse proprio Siher.

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