C’è un tipo di inflazione che non si vede nei prezzi. Non compare sugli scaffali. Non fa notizia come l’aumento del costo della vita. Eppure la senti.
La senti quando un prodotto che compri da anni non ti dà più la stessa soddisfazione. Stesso packaging. Stesso prezzo. Stessa quantità. Ma l’esperienza cambia. Questo fenomeno si chiama skimpflation.
Diversa dalla shrinkflation (meno quantità allo stesso prezzo), agisce sulla qualità: ingredienti sostituiti, formule riviste, materie prime più economiche. Per l’azienda i costi scendono. Per il cliente, in apparenza, non cambia nulla.
Apparentemente.
Perché in realtà cambia la promessa.
La skimpflation non è un problema tecnico. È un problema di fiducia.
Un brand premium viene scelto per coerenza, non solo per formula. Quando la qualità si abbassa senza dichiararlo — magari per entrare in un canale più competitivo o proteggere i margini — sulla carta è “ottimizzazione”.
In Excel funziona.
Nel mercato molto meno.
Perché oggi le persone se ne accorgono.
E quando se ne accorgono, non mandano una PEC.
Scrivono. Commentano. Confrontano.
E quelle conversazioni diventano dati.
Le parole che iniziano a comparire sono sempre le stesse:
“diverso”
“peggiorato”
“non è più come prima”
Il fatturato magari non crolla subito.
Ma il linguaggio cambia.
E quando cambia il linguaggio, sta cambiando la relazione.
Ridurre la qualità dentro la stessa promessa crea dissonanza.
Segmentare e dichiararlo crea chiarezza.
E la chiarezza protegge la fiducia.
La skimpflation sembra una scorciatoia.
La strategia è un’altra.
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