Un vasto incendio boschivo ha distrutto circa 8.700 ettari di vegetazione sul Monte Kenya da quando le fiamme sono state segnalate per la prima volta, il 1° settembre. A riferire la stima è il Mount Kenya Trust, organizzazione impegnata nella tutela dell’ambiente. Le autorità non hanno ancora individuato le cause dell’incendio. Martedì, intanto, sono proseguite le operazioni per contenere e spegnere i focolai residui. Sul posto sono impegnate squadre del Mount Kenya Trust, del Kenya Forest Service, del Kenya Wildlife Service, delle Forze di Difesa del Kenya, della Lewa Wildlife Conservancy e di Rhino Ark, con il supporto delle comunità locali e di mezzi aerei forniti da Tropic Air. L’incendio ha sollevato preoccupazioni per i possibili danni alla fauna selvatica, alle risorse idriche e ai fragili ecosistemi d’alta quota della montagna. Con i suoi 5.199 metri, il Monte Kenya è la montagna più alta del Kenya e la seconda più alta dell’Africa, dopo il vicino Monte Kilimangiaro, in Tanzania, che raggiunge i 5.895 metri. Pur essendo molto più basso dell’Everest, la vetta più alta del mondo con i suoi 8.849 metri, il Monte Kenya riveste un’importanza ambientale globale grazie al suo particolare ecosistema alpino equatoriale, ai ghiacciai e alla ricca biodiversità.
L’esercito statunitense ha dichiarato di aver distrutto martedì cinque petroliere iraniane che trasportavano greggio, dopo due tentativi della Guardia Rivoluzionaria iraniana di colpire con missili balistici una nave da guerra statunitense. Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, gli attacchi alle petroliere sono stati una risposta ai due tentativi di attacco avvenuti negli ultimi due giorni. La nave da guerra americana, si legge in un comunicato, è riuscita a schivare i missili e ha continuato a pattugliare le acque della regione. Nessun militare statunitense sarebbe rimasto ferito.
Le petroliere colpite nel Golfo di Oman sono la Kivik, la Charminar, la Horizon 1 e la Riesco. L’esercito americano ha inoltre distrutto la Derya, nei pressi dell’isola di Kharg, nello Stretto di Hormuz. Prima degli attacchi, agli equipaggi delle cinque imbarcazioni era stato ordinato di abbandonare le navi. Gli attacchi statunitensi arrivano mentre Washington e Teheran tornano a confrontarsi dopo oltre sei mesi di guerra. In risposta alle operazioni americane, l’Iran ha colpito obiettivi statunitensi in Giordania, in quella che rappresenta l’ultima escalation di una serie di azioni di ritorsione tra i due Paesi. Anche la televisione di Stato iraniana ha confermato gli attacchi, riferendo che le forze statunitensi hanno colpito petroliere iraniane nei pressi del porto meridionale di Jask e vicino all’isola di Kharg, nel Golfo Persico. Secondo le stesse fonti, gli equipaggi delle navi sono stati evacuati.
Trentuno chili di sostanza stupefacente tra cocaina e hashish, nascosti all'interno di un'abitazione attrezzata con un sistema di videosorveglianza e utilizzata come vero e proprio deposito della droga. E il bilancio dell'ultima operazione condotta dalla Polizia di Stato a Pomezia (Roma), che ha portato all'arresto di tre persone. Secondo una prima stima, lo stupefacente avrebbe potuto fruttare diversi milioni di euro una volta immesso sul mercato dello spaccio.
Un canale televisivo gestito dagli Houthi ha trasmesso un video in cui si mostravano, secondo quanto affermato, le conseguenze di un attacco aereo saudita contro una prigione nel nord dello Yemen, mentre i ribelli sostenuti dall’Iran accusavano l’Arabia Saudita di aver ucciso sette persone, tra cui un bambino. Le immagini, trasmesse da Al-Masirah, mostrano un edificio crollato, macerie e lastre di cemento frantumate sparse sul terreno. Per rappresaglia, gli Houti avrebbero poi colpito obiettivi in Arabia Saudita.
I carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Sassari hanno arrestato persone ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di omicidio volontario premeditato in concorso e detenzione e porto illegale di armi. L’attività investigativa ha consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza in ordine alla ideazione, progettazione ed esecuzione dell’omicidio di un soccorritore del 118, commesso a Buddusò (SS) la notte del 7 agosto 2025. Gli accertamenti hanno permesso di delineare le responsabilità dei presunti mandanti, i quali, a seguito di dissidi di natura personale, sia di carattere sentimentale che professionale, avrebbero commissionato il delitto a due esecutori materiali dietro il corrispettivo di una somma di denaro di circa 15 mila euro. Durante le fasi dell’indagine, i Carabinieri hanno eseguito intercettazioni telefoniche e analizzato le immagini di impianti di videosorveglianza riuscendo a individuare l’autovettura utilizzata la notte dell’omicidio dai presunti autori materiali per raggiungere il comune di Buddusò e per dileguarsi dopo l’azione omicidiaria. I successivi accertamenti hanno consentito di individuare sia i due presunti mandanti sia i due materiali esecutori del delitto.