Una manciata di irriducibili è ancora lì, tra la provinciale che porta a Rozzano e i campi di granturco. Di abbandonare il Villaggio delle Rose per trasferirsi negli alloggi popolari offerti dal Comune come ha già fatto la maggioranza degli ormai ex vicini di casa, proprio non ci vogliono pensare. Sperano ancora che l’amministrazione accolga la loro fantascientifica proposta di una cooperativa di abitanti che possa auto -gestire quel grosso buco nero al civico 351 di via della Chiesa Rossa. Erano una ventina, ieri pomeriggio, i rom in trasferta nel salotto buono della metropoli, in piazza della Scala, per l’ultimo disperato tentativo di scongiurare uno sgombero che Palazzo Marino frena da mesi. Nonostante l’ordinanza del sindaco per la chiusura “Una resistenza urbana tra burocrazia e identità”, questo il titolo del volantino distribuito dai nomadi.
«La politica del superamento dei campi sembra non ammettere deroghe. Questo percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo smantellamento di una vita intera», si legge nel testo strappalacrime. Ma c’è anche una parte divertente, quasi comica, ed è quella in cui i rom spiegano che il loro villaggio è organizzato «secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la vita atomizzata di un condominio distrugge» e che «la cura degli anziani, la gestione dei minori, la sicurezza e la pulizia del quartiere sono garantite da una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta straordinaria nel tempo». Smistarli nelle periferie popolari sarebbe addirittura «una minaccia esistenziale».
Peccato però che le cronache raccontino ben altro. Da quelle parti, infatti, specie negli ultimi anni, si sono susseguiti assalti ai corrieri intrappolati nella stradina d’accesso al campo, furti di furgoni, attrezzi da lavoro e telefoni, sparatorie tra clan rivali, costruzioni abusive, sversamenti di rifiuti. Senza dimenticare- lo ha certificato un documento del Comune- che tre quarti dei minori in obbligo scolastico non frequenta con l’assiduità necessaria i propri istituti di riferimento. Non solo. Nell’ordinanza firmata da Beppe Sala con cui si avviava l’iter per il superamento dell’insediamento si leggeva così: «All’occupazione di spazi non compresi nell’area autorizzata si aggiungono gravi problemi dovuti agli allacci abusivi alla fornitura elettrica che rappresentano un rischio per gli operatori e gli abitanti del campo e rendono l’intervento di superamento necessario e non più rimandabile, oltre ad una grande quantità di rifiuti. In attesa di ciò e in regime di urgenza, verrà messa in campo, solo in maniera temporanea, una soluzione tecnica che ripristini le condizioni di sicurezza». Soluzione che è costata la bellezza di centomila euro dei milanesi, ma son dettagli.
Tornando alla protesta di ieri, all’esterno del Consiglio comunale, i rom di Chiesa hanno rilanciato il loro «progetto audace di superare il campo attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile», prendendo in gestione l’area e assumendosi «l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli impianti». Tutto questo per «rispettare il modo tradizionale di abitare della comunità rom». L’autogestione, si legge ancora nel volantino, rappresenterebbe «un passaggio culturale sfidante per la nostra città». Per fortuna, a meno di ribaltoni dell’ultimo secondo, la cooperativa dei rom non vedrà mai luce. E infatti gli irriducibili di Chiesa Rossa, seppur abbiano ancora una flebile speranza, sparano a palle incatenate contro la sinistra che amministra Milano a cui hanno anche aperto le porte del campo per comizi elettorali. «Ci hanno chiesto il voto e li abbiamo votati...», dicono.
«Il comportamento del Comune appare contraddittorio: da un lato loda l’innovazione della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi», prosegue il volantino. I nomadi si lamentano anche dell’inquinamento dell’area. «È l’eredità di una gestione pubblica del passato», dicono... La verità è che ogni giorno che passa è un giorno di troppo senza legalità in quel lontana landa che fino a prova contraria è sempre Milano.