Spingendo la notte più in là è uno splendido libro che Mario Calabresi ha pubblicato nel 2007, per raccontare la storia di suo padre e di altre vittime del terrorismo. È un libro che tocca il cuore. Ricordo che lo consigliai ai miei studenti del primo anno di Giurisprudenza, perché si facessero un’idea degli anni di piombo, loro che già appartenevano a una generazione che rischiava di restare senza memoria, perché nata e cresciuta verso la fine di quel periodo. È un racconto che mischia affetti familiari, cronaca e politica, e non risparmia nessun dettaglio della persecuzione che si scatenò ai danni del commissario, ingiustamente accusato della morte dell’anarchico Pinelli, nel clima oppressivo e irragionevole di una Milano feroce e incattivita.
Basta scorrere l’elenco dei firmatari della lettera aperta, pubblicata su L’Espresso il 13 giugno 1971, in cui 757 tra politici, giornalisti e intellettuali indicarono, di fatto, nel commissario Calabresi il vero responsabile della morte del povero Pinelli. Ci sono pressoché tutti i più prestigiosi esponenti del modo cultural-giornalistico di allora. Un mondo che non esitò stupidamente e, anzi, crudelmente - a prendere a bersaglio quel commissario per bene, e, forse, addirittura a preparare moralmente il terreno per il suo assassinio, se è vero che, alla fine tragica della vicenda, alcuni salotti ambrosiani brindarono all’omicidio. È una storia che, più di ogni altra, testimonia la pusillanimità, il fanatismo sciocco, il conformismo vigliacco di quel mondo intellettuale e, in particolare, di una certa borghesia milanese progressista, che non capì nulla, che sbagliò fino in fondo, e non pagò mai veramente dazio per le sue responsabilità morali.
Mario Calabresi ha fatto i conti personali con tutta questa tormentata vicenda, probabilmente anche attraverso il bel libro di cui si diceva. Del resto, non sarebbe giusto associare per sempre il suo nome a ciò che accadde a suo padre, né obbligarlo a continuare a portarne sulle sue spalle il peso. Come è noto, egli ha la sua storia professionale autonoma e autorevole. È anche vero, però, che l’attentato di Piazza Fontana, la morte di Pinelli e quella del commissario Calabresi costituiscono momenti tragici e decisivi della storia italiana del terrorismo e degli anni di piombo. E visto che la sinistra continua ad accusare la destra (anche quella di governo, ed anzi proprio perché di governo!) di non aver fatto fino in fondo i conti con il terrorismo neofascista, sarebbe ora di dire che anche una certa sinistra di oggi, intollerante e violenta, non sembra aver imparato granché dalla storia italiana recente, rischiando di ripercorrerne i drammatici sentieri.
Come non osservare, allora, che tutto questo carico storico-simbolico, legato a nomi e vicende, si ripresenterebbe con una certa forza alla nostra attenzione, se Calabresi figlio, come sembra, fosse il candidato della sinistra a sindaco di Milano? Non si tratta di dire, ovviamente, che la candidatura di Mario Calabresi “stona” in quanto collocata a sinistra, per le drammatiche ragioni storiche ricordate (anche se, in quanto candidato sindaco, non sarà semplice vederlo cercare i voti anche degli eredi diretti dell’estremismo rosso anni Settanta...). Si tratta piuttosto di dire che la sua candidatura, soprattutto se fosse accompagnata e contrastata da una candidatura di alto profilo a destra, potrebbe anche essere l’occasione per chiudere del tutto vecchie ferite, e per un dibattito di alto profilo sulla storia di Milano e sul suo futuro. E, perché no, anche per rivalutare definitivamente l’operato di Calabresi padre, in cui tanti milanesi di oggi, probabilmente, si riconoscono e si identificano. E la prima parola in questa direzione dovrebbe proprio venire da Calabresi figlio.