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Nadia Toffa, Nunzia De Girolamo e l'esperta: "Il cancro? Perché ha fatto bene a definirlo un dono"

di Cristina Agostini domenica 30 settembre 2018

3' di lettura

Questa settimana, Piazza del Popolo, la nostra e la vostra piazza, ha dato voce allo schema vita/morte, che è sicuramente l'incarnazione più cruda della nostra precarietà. Lo abbiamo fatto come sempre attraverso la piazza dei like, dialogando con una psicoterapeuta di Roma, Emilia Sannini, che in uno scambio social ha risposto agli interrogativi che noi tutti ci siamo posti dopo aver letto le affermazioni di Nadia Toffa. La conduttrice tv, nota per la partecipazione a Le Iene su Italia 1, dopo essersi ammalata di cancro, ha deciso di condividere la sua forza e il suo dolore con la rete, senza una rete di protezione, ma con il coraggio che solo alcune donne posseggono. Il coraggio della verità. Ma la verità, riassunta in un tweet, a volte scatena reazioni violente. E cosi è stato per la Toffa, dopo aver definito il suo tumore un «dono». Cosa ne pensa dottoressa? «Mi è piaciuta molta la scelta del sostantivo "dono"... il dono è qualcosa di inatteso che arriva per concessione disinteressata, in alcuni casi per grazia». Leggi anche: "Buttati nel c***". Ma è Nadia Toffa? Ha perso la testa, insulta tutti La diagnosi di una malattia è sempre inaspettata, pronta a minacciare il nostro futuro... «Penso che la Toffa abbia utilizzato questo specifico sostantivo proprio perché quell' evento inaspettato ha avuto nella sua vita un potere - ovviamente attraverso sofferenza fisica - e psichica- catartico. Come diceva Platone anche in vita possono presentarsi dei processi che consentono all' uomo di liberarsi dalla caverna buia dell' ignoranza. E forse l' ignoranza è tutto ciò che Nadia non conosceva del suo Se e del suo mondo. Ecco il suo dono. Inaspettato e gradito». Qualcuno l' ha vissuta come una offesa, ma forse era solo un modo per affrontare la paura della morte. Il cancro può essere una condanna, ma può contemporaneamente diventare un dono per ritrovarsi? «Sinceramente penso che non sia una offesa né una provocazione, ma un "fatto" privato, reso pubblico con la speranza che possa diventare un dono, non una vendita all' asta. In molte storie di pazienti ritroviamo la sofferenza come espressione di rinnovamento e rinascita. Talvolta il dolore è una nuova chiave, apre porte e ci da nuovi accessi a nuovi luoghi. E bisogna credere ai pazienti e al loro sentire». Parlare di una malattia come dono non rischia di essere un linguaggio troppo violento? O parlarne è terapeutico? «In questo senso penso che parlarne sia spesso un dovere. Tacere ha come rischio dar vita allo stigma. E lo stigma è potente. Chi tace difficilmente può concedersi il privilegio di chiedere aiuto. E i fantasmi crescono insieme all' isolamento. La narrazione ci rende protagonisti e specialmente nelle battaglie bisogna essere attori, non comparse. Un tempo si diceva "ho un brutto male", neanche si utilizzava il sostantivo tumore. Era brutto. Era male. Quindi mal-trattato. Ma qui si parla delle nostre vite, le nostre battaglie e il nominare è conoscere e riconoscere. Ai pazienti veniva nascosta la diagnosi, perché altrimenti "sarebbe stato peggio". Per fortuna quei tempi sono lontani». Sui social Nadia non è stata capita. Eppure i social dovrebbero essere una Comunità, invece spesso si trasformano in arene, perché? «La comunità dei social spesso trova senso e consenso nell' attacco libero. Un modo dei tempi moderni, un modo violento e disorganizzato per evacuare contenuti aggressivi, non mentalizzabili». Peccato sprecare occasioni per tacere. Chi pensa male talvolta fa peggio... di Nunzia De Girolamo

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