CATEGORIE

Georgij Ivanov, il poeta della Russia perduta diventata una candela bruciata

Esce per la prima volta in Italia la traduzione di "Ritratto senza somiglianza", la raccolta dello scrittore che scelse di vivere in esilio per difendere la sua libertà
di Carmelo Claudio Pistillo venerdì 29 agosto 2025

4' di lettura

Per gentile concessione dell’editore, La Vita Felice, pubblichiamo una sintesi dell'introduzione di Carmelo Claudio Pistillo a Ritratto senza somiglianza di Georgij Ivànov, (pp. 340, euro 16) in libreria da oggi. È ultimo libro pubblicato in vita dallo scrittore lituaeno che lasciò l’Unione Sovietica sognandola tutta la vita. Si tratta, in assoluto, della prima traduzione nella nostra lingua, realizzata dallo slavista e semiologo Bruno Osimo che, della poesia ivanoviana, ci ha restituito una versione ritmica con testo russo accentato a fronte.

Chi è Georgij Ivànov? Salvo essere esperti di poesia russa della prima metà del Novecento, viste le rare opere tradotte in italiano, il suo nome dice poco. Più che un illustre poeta è uno scrittore da scoprire e sicuramente da annoverare fra i più espressivi dell’età d’argento della letteratura russa. Nasce in Lituania nel 1894. Per volontà del padre ufficiale, nel 1907 entra nel corpo dei cadetti di Pietroburgo, per poi uscine all’età di sedici anni con il desiderio di “essere” poeta.

Giovanissimo, entra in contatto con la corrente letteraria dell’egofuturismo. Aderirà in seguito all’acmeismo, guidato da Gumilev, suo mentore. Assiduo collaboratore di questo movimento poetico e della rivista Apollon, diventa membro di riferimento della “Gilda dei poeti”. Dopo la fucilazione di Gumilev, si rende conto di essere oscurato dalla sua ombra e che nella nuova Russia sovietica il suo posto rischia di essere quello di un poeta di secondo piano. Da qui la decisione, nel 1922, di lasciare definitivamente la sua terra, di cui sentirà una lancinante mancanza per il resto della vita. Andrà in esilio in Francia, dove, tra alterne fortune, vivrà fino al giorno della sua morte, avvenuta in solitudine e in povertà nell’estate del 1958.

Prima di abbandonare la Russia ha già tradotto Baudelaire, Coleridge, Byron, Gautier e scritto più libri di poesia, tra cui Imbarco per Citera, la sua opera prima pubblicata a soli diciassette anni. I giudizi non sono brillanti, ma gli viene riconosciuta la capacità di “mantenere uno stile-nonostante l’impronta egofuturista di due maestri come Kuzmin e di Severjänin». Il secondo libro, Camera, viene definito da qualche scontato detrattore come un libro inutile. In sua difesa intervengono l'autorevole stella di Blok e di Gumilev, che gli riconoscono l'istinto e il dono del contemplatore.

Durante la guerra pubblica Il monumento della gloria. Ivánov è visto finalmente come una promessa e una speranza letteraria. Naturalmente si fa sentire la strisciante invidia di alcuni nemici cretini con “vive corone" in testa, che paragonano la sua poesia a quella di un epigono e a quella convenzionale di poète maudit.

In Francia, meta di una folta pattuglia di scrittori russi decisi a emigrare, attraversa una lunga e complessa evoluzione creativa. Scrive due provocatori libri di prosa: Gli inverni di Pietroburgo e Ombre cinesi, che suscitano scandalo per alcune imprecisioni “menzogne”. (...) Perfeziona saggi e studi critici, si avventura nella stesura del romanzo La terza Roma, e nel 1931 pubblica la raccolta Rose. Ma è del 1937, il colpo di genio de La disintegrazione dell’atomo. Qualcosa di eterno, griderà Zinaida Gippius.

Accuse di pornografia e ateismo accompagneranno malauguratamente questo monologo nichilista che procede per frammenti e lampi, fino al suicidio del protagonista, vittima di un esistenziale istrionismo solipsistico. È la voce di un uomo che urla dalle sue voragini interiori l’unione tematica dell’uomo, Dio e il sesso. Nel 1950 riprende in mano le sorti della sua poesia con Ritratto senza somiglianza, una disarmante confessione dove gli specchi si riflettono a vicenda torcendo e deformando i riflessi.

D’altra parte che tipo di somiglianza ci si può aspettare da un autore come Ivànov che, nelle prose, raffigura provocatoriamente i poeti con evidenti alterazioni? Il poeta non è esattamente un testimone oculare, un trascrittore, un fotografo o un nastro magnetico. Nel ricostruire quanto vissuto, il poeta medita su ciò che ha visto, talvolta confondendo le immagini allo scopo di mettere in luce la sua verità poetica, non quella storica e oggettiva. Con la poesia la realtà muta come mutano i venti e le stagioni e, nel caso di Ivànov, si può ricavare l’idea che dalla deformazione può nascere una più stringente metafora della vita e una teoria estetica disancorata dalle mode culturali.

La poetica di Ritratto senza somiglianza può essere decisamente accostata al riflesso dell’acqua del fiume Nevà che, scorrendo per venti chilometri, come ricorda Brodskij, conferisce a Pietroburgo una moltitudine e varietà di specchi. E un amalgama di argento liquido che induce a specchiarsi e a vedere i riflessi delle case, dei colonnati, del cielo. Un narcisismo urbano che si fa tradizione e si ripete uguale nel tempo. È una città premeditata, Pietroburgo, come l’ha definita Dostoevskij. La letteratura russa, nata sulle sue rive, l’ha rispecchiata. Ma l’acqua, ed è questo uno dei molteplici aspetti della lettura del mondo ivanoviana, può riflettere solo le superfici scoperte, non gli interni fisici e mentali della città, che appartengono all’anima dello scrittore. I suoi versi esplorano dunque i fondali e le profondità invisibili della sua dimensione interiore più segreta.

Nel Ritratto spicca l'angoscia per la perdita definitiva della patria, diventata una candela bruciata. Ivànov appare come lo spatriato, come il poeta sradicato dalla terra della sua lingua che, sentendosi spacciato, scrive: «Non credo che invincibile sia il male, /ma solo che ci tocchi la sconfitta./Rimasta dopo il fuoco-credo a cenere, /non alla musica, bruciata dalla vita». Soltanto dopo la sua morte vedrà la luce Diario post mortem, il suo ultimo capolavoro e canto del cigno, scritto traguardando «la vanità del tutto».

tag

Ti potrebbero interessare