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La7, un programma a Roberto Saviano alla vigilia del referendum

di Daniele Priori martedì 10 marzo 2026

 Roberto Saviano

3' di lettura

Roberto Saviano è tornato su piazza. Anzi, per dirla con le sue parole «in mezzo alla strada», on the road senza essere Jack Kerouac né sembrare minimamente beat. L’autore di Gomorra da domani sera torna in tv, su La7 in prima serata, con una trasmissione dal titolo che evoca un film di Carlo Mazzacurati La giusta distanza. Storie di misteri e destini che si intersecano. Vite a confronto. Dodici storie in sei puntate, prodotte da Stand by me, nelle quali lo scrittore mette a confronto il bene e il male. In un tratto di strada che per lo più passa da Napoli alla Sicilia e viceversa. I protagonisti tutti molto noti: Francesca Morvillo, la giudice minorile moglie di Giovanni Falcone e Giovanni Brusca, l’uomo che ha premuto il pulsante dell’autobomba che ha provocato la Strage di Capaci, saranno i protagonisti del primo racconto. E poi ancora il brigatista rosso Patrizio Peci e Tommaso Buscetta, pentito di Cosa Nostra. Ma spazio pure a Diego Armando Maradona messo a confronto con un boss della camorra noto a Napoli negli stessi anni del pibe de oro, per ritornare poi in Sicilia, nel trapanese, sulle tracce dell’ultimo boss catturato in punto di morte: Matteo Messina Denaro.

Un racconto che avrà la forma della docuserie e renderà ancora una volta La7, la rete di Urbano Cairo, approdo di una delle firme più care alla sinistra. Ma Saviano stavolta, forse nel tentativo di essere più equidistante (non senza preservarci dalla solita litania sui peccati originali della destra oggi al governo) si insinua in maniera anche più sibillina rispetto alle altre volte. A partire proprio dalla scelta, certo non casuale, di fare l’intervistona di presentazione non sulle colonne del Corriere ma su quelle di Repubblica. Del resto gli Elkann stanno smobilitando, meglio tornare a fare capolino in quello che una volta era anche il suo giornale-partito. D’altra parte è proprio lui ad ammettere di non riuscire a mantenere «la giusta distanza dai fatti». «Ho provato a rivendicare che scegliere da che parte stare, non è affatto essere determinati dall’ideologia. La finta neutralità è una delle cose peggiori».

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Il solito lasciapassare, insomma, per tornare ad attaccare la Rai e il governo Meloni. Nella convinzione, però, di riuscire a parlare, stavolta, anche alla parte conservatrice del Paese. Motivo per cui – dice lui – è così temuto. Una perifrasi nella quale, in buona sostanza, dice di essere stato al tempo stesso «ostacolato in tutti i modi» ma anche lasciato fare. In poche parole il solito Saviano di sempre. Che affonda il coltello ma poi ritira la lama. Si lamenta nel sentirsi vittima e dover vivere in Italia sotto scorta. «Quando all’estero riesco a essere libero, parte la diffidenza. Come riesco a andare in Italia al ristorante, partono le critiche: invece di creare una costruzione di protezione, c’è un senso di colpa. La libertà di movimento è un percorso lungo». Proprio come la giusta distanza. Quella che c’è tra la sinistra, le sue firme e la maggioranza del Paese da cui pur parlando e scrivendo molto, continuano a non farsi capire.

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