Hanno ritrovato Luigi Cavallari a diciotto metri di profondità, nel fango del lago di Vico, dopo più di un mese. Era un ingegnere, un professore, ed era il marito di Eugenia Roccella: cinquant’anni di matrimonio festeggiati a marzo, un tuffo dalla barca per rinfrescarsi, «non mi sento bene», e più niente.
Penso a lei in queste ore e immagino due cose insieme, che solo chi ha amato a lungo riesce a tenere nella stessa mano. Un dolore più acuto, perché adesso la morte ha un peso e una data, e non è più soltanto un’attesa. E dare.
Ritrovare un corpo non è la fine di un incubo. È l’inizio di un lutto vero, quello che ha un luogo dove sedersi. Giambattista Vico, e il caso ha voluto che il lago portasse quel nome, scriveva che humanitas viene da human do, seppellire. Non siamo diventati uomini con la ruota o con la scrittura, ma il giorno in cui ci siamo chinati su un morto e non l’abbiamo lasciato all’acqua. Adesso Eugenia Roccella può chinarsi. Chiamarlo per nome. Sapere dove tornare.